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XX.

Napoleone Panerai ed Enrico Nencioni.

Napoleone Panerai, uomo d’indiscutibile ingegno a cui la scena italiana deve dei fini proverbi e delle squisite commedie lasciate ingiustamente in abbandono pel crescente favore ottenuto oggi dal teatro nordico e — perchè non convenirne? — dalle pochades più o meno indecenti del repertorio francese, ebbe una grande influenza sulla mia vita intellettuale e sull’indirizzo dei miei studii. Mentre il Dazzi, innamorato delle forme antiche, mi faceva indugiare sui trecentisti e vivere nel passato poetico tra le cui nebbie appena afferrabili si profilano le vaporose figure dei due Guidi, di Gino, e di Dino Compagni: mentre mi consigliava, con sincera convinzione di giovare alla mia educazione letteraria, i lunghi e pazienti spogli de’ classici, le fedeli imitazioni e le minute ricerche filologiche, il Panerai mi schiudeva la porta magica d’un nuovo mondo, abbagliante di luce e lieto di calore: un mondo pieno di persone reali che s’amavano, che si odiavano, che, magari, si uccidevano ma con atteggiamenti vivi, passionati, sinceri. Non più pallide e perfette Beatrici, scortanti i poeti in plaghe immaginarie, popolate d’angeli e di spettri: ma fervide Giuliette, desiderose d’amore e di nozze terrene: ma Tecle disperate, invano ululanti sulla fossa dell’amante trafitto; ma l’umana leggenda di Faust che l’amore e l’arte non appagano e che