Pagina:Il diavolo.djvu/338

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330 Capitolo undicesimo

deserta. Giovanni Boccacci, rifacendo a modo suo più antichi racconti, narra la paurosa storia di quel Guido degli Anastagi, che uccisosi di propria mano per disperazione d’amore, e dannato agli eterni castighi, insegue ogni giorno, quando per questa, quando per quella campagna, montato sopra un cavallo nero, con uno stocco in mano, e due mastini innanzi, la donna spietata e crudele, dannata ancor essa, la quale a piedi e ignuda gli fugge davanti, finchè raggiuntala, egli con lo stocco la trafigge, con un coltello la spara, e il cuore e gli altri visceri getta in pastura ai cani affamati. Stefano di Borbone (m. c. 1262) parla di certi fantasmi che, in luogo prossimo all’Etna, si vedevano, tutta la settimana, affaccendati a costruire un castello, il quale precipitava nella notte del sabato, e per opera loro ricominciava a sorgere dalle fondamenta la mattina del lunedì; ma sembra fossero piuttosto anime purganti che dannate.

Più d’una volta fu veduto, nel colmo della notte, l’intero popolo infernale andare a processione, per l’aria, o passar per un bosco, con ordinanza come di sterminato esercito in marcia.