Pagina:Istorie dello Stato di Urbino.djvu/53

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14 Dell’Historie de’ Galli Senoni

s’ingrossa in guisa, che in Senigaglia fà un sicurissimo Porto à Naviganti. E se bene per la strettezza, non può farsi di tutti i legni, che de i più alti Mari premono il dorso, capace; in ogni tempo però si vede pieno di Navi mediocri, che da ogni parte l’Adriatico, e ’l Ionio veleggiano, portando merci da tutti i lidi loro. Di questo Fiume molti Scrittori parlarono, come ne i loro Volumi non meno de’ Moderni, che de gli Antichi appare, specialmente Guglielmo Saone sopra Pomponio Mela; e prima di lui G. Fabritio, Sebastian Monstero Alemano, Girolamo Ruscelli sopra la Geografia di Tolomeo, Leandro Alberti nella Descrittione d’Italia, Francesco Panfili nel primo libro del suo Piceno, ed Appiano Alessandrino, nel sopradetto Libro delle guerre civili, ove egli racconta, che alle foci di questo Fiume, Pompeo, havendo rotto Martio, valoroso Duce delle Genti di Mario, saccheggiò Senigaglia; e conseguentemente, si crede, che ivi delle sue vittorie ergesse i Trofei.

Il fiume Suasano, che hora da tutti Cesano si chiama, specialmente da Monsignor Rodulfi, nelle Croniche di Senigaglia; perche ne’ tempi antichi scorreva per mezo la famosa, e gran città di Suasa, da gli Egittij fondatori di quella, prese con essa il nome. Questi trè miglia distante dalle foci del Misa, sgorga le sue acque nel Mare, nel luogo à punto, che la Bastia s’appella; ove Livio Salinatore, e Claudio Nerone Consoli Romani, diero alla sconfitta del formidabile essercito Cartaginese principio, di cui fù Duce Asdrubale; la quale poscia all’onde Metaurense compirono. E perche da questi potentissimi nemici, quivi debellati, d’Italia i pericoli, e le crudelissime guerre cessarono, da loro mosse alla Republica Romana per tuor le del Mondo l’Imperio, Cesano fù da certi per l’innanzi chiamato, e nella distruttione di Suasa, affatto l’antico nome perdendo, non per altro, che per questo poscia fù inteso; Benche Sebastiano Macci de bello Asdrubalis lo dimandi Ceeno; e forse con tal nome l’appella, perche un picciol fiume, che nel Territorio Mondaviese trascorre, di fango maggior copia, che di acqua porta al suo letto, il quale perciò in modo, arenoso diviene, che per alcune miglia verso del Mare pericoloso à passeggieri si rende; onde molti, che dopò le piene tentano varcarlo, impensamente sommersi restano, grand’infamia à quell’onde lasciando; de i cui mortali perigli avisandone il Panfili, nel primo Libro del Picen citato, i vivi, così ne canta.

Turbidus Adriaticum Caesanus fertur in aequor,
     Praecipitat rapidas imbribus auctus aquas.

Quantunque nelle sue Tavole Tolomeo non habbia questo fiume notato, si come ne anco il Metauro, non essendosi di tal mancamento la cagione saputa, non poca meraviglia à gli huomini spiritosi arreca, tutta volta


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