Pagina:La sicilia nella divina commedia.djvu/14

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10 A. Mazzoleni


Di Enea e della sua venuta in Italia, che fu poi cagione «di sua vittoria e del papale ammanto», Dante tocca a più riprese e con maggior interessamento nel suo poema, quindi anche dell’approdo fatto all’isola di Sicilia, dove fu accolto ospitalmente dal troiano Aceste, al quale sul partire affidò e raccomandò i vecchî Troiani non atti a seguirlo nell’impresa d’Italia1. Il poeta dice per incidenza che Anchise vi finì la vita (Par. XIX, 132), morte che Virgilio (En. III, 707 sgg.) racconta come avvenuta a Trapani, ed in altro passo (Purg. XVIII, 136 sgg.) rimprovera quei neghittosi compagni di Enea, che non seppero sino alla fine tollerare le fatiche del viaggio e preferirono di rimanere in Sicilia presso Aceste, anziché muovere alla nobile conquista d’Italia, (cfr. Virgilio, En. V, 604 seg.). Non è però ricordato nella D. C. lo sbarco di Enea sulla costa orientale, dove, secondo Virgilio (En. III, 590 sgg.), avrebbe trovato Achemenide, il compagno di Ulisse abbandonato nella terra dei Ciclopi2.

Tali pertanto sono le ricordanze favolose aventi relazione colla Sicilia sparse da Dante nel suo poema; esse costituiscono già qualche cosa di più del modesto fardello di erudizione che doveva possedere in quell’epoca uno studioso comune. Quello però che in lui rende singolare codesto possesso è l’uso sapiente della favola, per esercitare il quale egli invita i lettori a mirare

«.....la dottrina, che s’asconde
sotto il velame degli versi strani» (Inf. IX, 62),
affinchè sappiano discernere oltre il senso «letterale (che risulta dalle favole o dalla storia della lettera) il senso allegorico,

    Fornaciari, Ulisse nella D. C. (lettura all’Acc. della Crusca, 27 nov. 1881, stampata in Studii su Dante ed. e ined.., Milano, 1883, studio 4.) e A. Saffi, Ulisse e Diomede (conferenza tenuta in Genova, giugno 1882, stampata in Giornale d. Società di letture e conversaz. scientifiche di Genova, fasc. VII-VIII, luglio-ag. 1882).

  1. Vedi Dante, Conv. IV, 26, ove anche si tocca dei giuochi celebrativi e dell’anniversario tenutuvi della morte del padre suo; cfr. Virgilio, En. III, fine; V, 75 e 604 sgg.
  2. Cfr. Ovidio, Met. V, 155 sgg.; XIV, 161 sgg. e 417; Dante ne fa però menzione nell’Ecl. II, 82, usando la forma Acmenides in luogo del virgiliano Achaemenides (vedi Onom. del De-Vit a questa voce).