Pagina:Le sfere omocentriche.djvu/62

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50 schiaparelli, N.° IX.

delle sfere deferenti e reagenti si riduce a 47. Ora il vero numero, com’è facile a calcolare, è in questo caso 49. Veggasi nell’Appendice II quanto discorrono Sosigene e Simplicio intorno a tal questione, per noi poco importante.

Di quello che dopo Callippo e Aristotele si fece intorno al sistema delle sfere omocentriche, siamo pochissimo informati. Teofrasto se n’era occupato, e due volte lo troviamo citato in proposito1. Eudemo lo conosceva, e sapeva anche assegnare le ragioni delle mutazioni introdotte da Callippo. A lui più che ad ogni altro dobbiamo quanto si conosce intorno alle sfere omocentriche. Quali ulteriori emendazioni abbia subito nelle scuole peripatetiche, è impossibile sapere. Bensì appendiamo da Simplicio, che fin dai primi tempi fu posta innanzi la formidabile obbiezione, che dovea render il sistema inammissibile, quella cioè che si deduce dalla variabilità di splendore dei pianeti, principalmente di Marte e di Venere, la quale conduceva ad ammettere una variazione nelle loro distanze dalla Terra, fatto assolutamente inconciliabile colla concentricità di tutte le sfere intorno al centro della Terra. A tale obbiezione aveva già dovuto rispondere lo stesso Polemarco, uno dei membri dell’assemblea astronomica tenuta in Atene. Queste difficoltà crebbero e divennero insuperabili, quando si scoperse la variazione dei diametri apparenti del Sole e della Luna, e Sosigene, benchè peripatetico egli stesso, sembra non abbia poco contribuito ad atterrare il sistema, dimostrando questa variabilità. Oltre a quanto disse su tal questione ne’ suoi commentarj all’opera di Aristotele De Cœlo, Sosigene aveva scritto in proposito un’opera περὶ τῶν ἀνελιττουσῶν, che trattava espressamente delle sfere omocentriche. L’unico passo che ci fu conservato di quest’opera2, riguarda appunto i diametri del Sole e della Luna, e ci conduce a concludere con probabilità, che essa fosse pure diretta a confutare le ipotesi d’Eudosso, e a dimostrare ch’esse non soddisfanno alle osservazioni.

Fra gli astronomi che cercarono di spiegare il corso dei corpi celesti colle sfere omocentriche sarebbe a mettere anche Autolico, l’autore di due noti opuscoli, ancora esistenti, sulle nozioni più elementari del moto diurno e del levare e tramontare eliaco degli astri 3. Sventuratamente, quanto dice Sosigene sui tentativi fatti da Autolico per ispiegare come i pianeti appajano ora più, ora meno luminosi, non ci dà alcuna informazione positiva, e neppure ci permette di affermare, che le sue ipotesi fossero analoghe a quelle di Eudosso e di Callippo (V. Appendice II, § 14). A noi non resta a far altro che aggiungere il nome di Autolico a quello dei Greci, che prima di Ipparco si occuparono di ordinare la teoria dell’Universo secondo i fenomeni.

Esaminando i sistemi cosmici dei Greci nell’intervallo di tempo trascorso fra Eudosso ed Ipparco (360-125), troviamo che in quest’epoca le opinioni furono divise in molti partiti. Perchè, mentre gli ultimi dei Pitagorici si attenevano al sistema degli eccentri mobili4, Eraclide


  1. V. Append. II, §§ 2 e 13.
  2. Procli, Hypotyposes, ed. Halma, p. 111. Vedi pure la nota (31) dell’Appendice II in fine di questa Memoria.
  3. Analizzati da Delambre, Astr. ancienne I, p. 19-48.
  4. Il sistema degli eccentri mobili, di cui gli storici dell’astronomia non fanno parola, si trova menzionato da varj autori antichi, cioè Gemino, Nicomaco, Proclo e Teone da Smirne; il quale ultimo, trascrivendo Adrasto Peripatetico, ne dà notizia più ampia e più precisa degli altri. Questo sistema è una varietà di quello che fu poi detto Ticonico, ed in esso si deve riconoscere il gradino naturale che condusse alcuni Greci all’idea Copernicana, siccome spero di dimostrare in altra circostanza. Nel mio lavoro Sui precursori di Copernico ebbi occasione di constatare una lacuna nel corso delle idee che guidarono Aristarco, ed altri prima di lui, all’adozione del sistema eliocentrico. Più tardi riconobbi che tal lacuna è appunto riempita dal sistema degli eccentri mobili, al quale in quel tempo io non aveva ancora prestato la dovuta attenzione.