Pagina:Leopardi - Epistolario, Le Monnier, 1934, I.djvu/97

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64 epistolario

pur poco coltivata, è la sola figlia legittima delle due sole vere tra le antiche; né certo Ella vorrebbe che la fortuna l’avesse costretto a farsi grande col Francese o col Tedesco; e internandosi ne’ misteri della nostra lingua compatirà alle altre e agli scrittori a’ quali bisogna usarle; come spessissimo è avvenuto a me, che tanto meno di lei conosco la mia lingua, la quale se mi si vietasse di adoperare con darmisi pieno possedimento di una straniera, io credo che porrei la speranza di divenir qualche cosa nella vera letteratura, e lascerei gli studi.

Quello ch’Ella dice del bene che i nobili potrebbon fare alle lettere, è verissimo, e desidero ardentemente che il fatto lo mostri una volta. Il suo dire m’infiamma e mi lusinga: ma io non credo di poter vincere la mia natura e l’altrui. Nondimeno Ella, può esser certa che se io vivrò, vivrò alle lettere, perché ad altro non voglio né potrei vivere.

Ma per le lettere mi dà grandissima speranza il suo Libro,1 dono grato a me quanto sarebbe stato una nuova opera del Boccaccio o del Casa, e tanto più che de’ suoi scritti con niun danno suo e moltissimo nostro Ella è sempre stata avara col pubblico. Ho già cominciato a leggerlo, né posso credere che con questi esempi innanzi agli occhi In gioventù Italiana voglia seguitare a scriver male. A ogni modo s’è guadagnato assai, e niuno ora vorrebbe tornare alla metà o al fine del settecento. Dagli altri suoi scritti avea argomentato la dilicatezza del suo cuore e la finezza rarissima della sua tempera: ma in questi e nelle sue carissime lettere ne veggo leggiadrissime dipinture. Niente dico dell’avvenenza dello scrivere, perché queste cose mi paion sacre e da non profanarsi col parlarne a sproposito.

Tanto ho ciarlato che le avrò fatto venir sonno. Le sue lettere m’han dato animo. Ho veduto ch’Ella è un signore da sopportarmi, e da acconciarsi anche ad istruirmi. E perché vedesse quanto io confidi nella bontà sua, ho scritto allo Stella che le mandi un mio manoscritto.2 Vorrei che lo esaminasse, e prima di tutto mi dicesse se le par buono per le fiamme, alle quali io lo consegnerei di buon cuore immantinente. È brevissimo, ma non voglio che s’affanni a leggerlo e molto meno a rispondermi. Mi brillerà il cuore ogni volta che mi giungerà una sua lettera, ma l’aspettazione e il sapere ch’Ella ha scritto a suo bell’agio mi accresceranno il piacere. Con tutta l’anima la prego che mi creda e mi porga occasione di mostrarmele vero e affettuosissimo servo.

    sovrastare a persone cosi lontane e fuori della loro portata come sono i forestieri»; laddove solo «gli uomini grandi sono suscettibili di una emulazione grande» (Zibald., I, pp. 255-58).

  1. Cfr. lettera 34, p. 60, nota 2.
  2. Quello della cantica Appressamento della morte.