Pagina:Manzoni.djvu/50

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48 il manzoni poeta satirico.

        Odi sclamar dai palchi: «Oh duri versi!
        O duro amante! Dal tuo fero labbro
        Un ben mio! non s’ascolta. Oh quanto meglio
        Megacle ad Aristea, Clelia ad Orazio
        Che ti val l’alto ingegno e l’aspra lima,
        Primo signor dell’italo coturno?
        Te ad imparar come si faccia il verso,
        Degli itali aristarchi il popol manda.
        Mirabil mostro in su le ausonie scene
        Or giganteggia. Al destro piè si calza
        l’alto coturno e l’umil socco al manco;
        Quindi va zoppicando. Informe al volto
        Maschera mal s’adatta, ove sul ghigno
        Grondan lagrime e sangue. Allor che al denso
        Spettatore ei si mostra, alzarsi ascolti
        Di voci e palme un suon, che per le cave
        Vôlte rumoreggiando, i lati fianchi
        Scote al teatro e fa sostar per via
        Maravigliato il passeggier notturno.


Qui il verso è già intieramente sicuro; l’artista appare padrone della sua materia e la domina; il fanciullo sembra intieramente scomparso. Il Manzoni a diciannove anni è uomo. I compagni di scuola del Manzoni, Giambattista Pagani, Ignazio Calderari, Luigi Arese, incominciano a mescolare all’affetto un po’ di ammirazione; il Foscolo gli diviene amico,1 il Monti

  1. Il Manzoni dovette conoscere il Foscolo, quando ritornò studente da Pavia. Gliene dovette conciliar la simpatia, oltre l’ingegno fervido, il culto che il Foscolo professava al Parini e il suo amore dell’indipendenza che lo rese forte contro l’adulato Buonaparte. Il Manzoni dovea essere tornato da Pavia meno entusiasta del Monti che non fosse quando vi si era recato: ne’ litigi letterarii che il Monti ebbe col Foscolo, il Manzoni non parteggiò forse per alcuno, ma probabilmente ascoltò più volentieri il poeta più indipendente. Il Foscolo venerava l’Alfieri; al Monti, invece, parlando un giorno dell’Alfieri in casa del conte Venéri, scappò