Pagina:Ojetti - L'Italia e la civiltà tedesca, Milano, Ravà, 1915.djvu/8

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merciale sull’Europa, non significherebbe anche dominio intellettuale?

Per secoli l’Italia, politicamente divisa, era unita solo dalla sua civiltà tipica, originale, inconfondibile. Ora che è politicamente quasi tutta condotta a unità, di quell’antica indipendenza intellettuale e morale si deve far getto tranquillamente senza protestare, proprio per difendere da oscure minacce la nostra nominale indipendenza politica? E non sarebbe questa peggio che niente se i nostri cervelli e le nostre coscienze dovessero tutte essere schiave della civiltà più opposta alla nostra in tutta Europa, intendo della civiltà e della cultura tedesche?

Quando noi eravamo sotto il diretto dominio degli stranieri, le menti e i cuori italiani, dall’Alfieri al Foscolo, al Mazzini e al Gioberti, per rivendicare gl’irriducibili caratteri di questa nostra civiltà insorgevano con un impeto di fede che oggi sembrerebbe, se lo rivedessimo in atto, fastidioso, presuntuoso, quasi ridicolo. Quando, ad esempio, un secolo fa vinto e cacciato Napoleone, la letteratura dei vincitori e il romanticismo tedesco finirono d’invadere l’Italia e di sconvolgere le fantasie dei poeti che per l’occasione si improvvisavano critici, la reazione classica fu tanto calda, franca e convinta che presto di quella tempestosa moda straniera poco rimase fuor che il nome vano, e il romanticismo che di là dall’Alpi aveva predicato ed esaltato la ribellione individuale ad ogni legge d’arte e di morale e ad ogni fine sociale imposto all’arte, divenne qui pratico ed ordinato, tutto inteso a costituirci una patria unita e libera e a ricostituirci una letteratura sincera e semplice e popolare.

Dopo il 1870.

Invece dopo la guerra del 1870 e il sorgere della strapotenza tedesca, quando i tedeschi dichiararono che