Pagina:Politici e moralisti del Seicento, 1930 – BEIC 1898115.djvu/284

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278 virgilio malvezzi


cipi e senatori a commettere scelleraggini. Non si è trovata repubblica nel suo bel fiore piú ferace d’uomini valorosi della romana, e che piú se ne sia profittata, non corrotta. Applaudiva il popolo con straordinario onore alla virtú grande d’un cittadino, e del medesimo, qualora si mutava, con severa giustizia correggeva i difetti (A., 138-40).

XXXVII

Virtú e invidia.

La tirannide odia e teme i valorosi. La popolare non arriva a tanta corruzione d’odiargli; arriva solamente a temergli, ma né quella né questa gl’invidia, perché l’invidia non sale e non scende. Solamente l’aristocrazia gl’invidia, gli teme, gli odia, e, quando non gli teme, finge di temergli. Vuol ripararsi con io scudo della debolezza dalla nota della malignitá (P., 29).

XXXVIII

La libertá di parola.

Muore col dir libero il viver libero, ed è odioso al tiranno, perché è necessario alle repubbliche. Non si può dire padrone di sé chi ha soggetta altrui la lingua. Un solo, che non teme di parlare e che sappia in tempo parlare, fa bene a mille. Si astengano dalle cattive operazioni coloro che sono sicuri di sentirsele rimproverare, ed è bastevole un uomo libero, che abbia cervello, a conservare una cittá che si perda col silenzio. La libertá è da uguale, l’adulazione è da inferiore; quella è nutrice della repubblica, questa è allevatrice del tiranno (T., 124).