Pagina:Pulci - Morgante maggiore II.pdf/338

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canto ventesimosesto 335

104 E fece il campo rinfrescare intanto
     E rassettar, chè n’aveva bisogno;
     E poi dicea con Rinaldo da canto:
     O fratel mio, tanto vederti agogno,
     Che quando io t’ho ben rimirato alquanto,
     Io penso pur s’io ti parlo qui in sogno:
     Ringrazio il cielo, e più altro non chieggio,
     Che innanzi alla mia morte io ti riveggio.

105 Vorrei che tu m’avessi in altro modo
     Trovato, a venir qua fin dello Egitto;
     Pur tuttavolta di vederti godo,
     E par ch’e’ fugga ogni pensiero afflitto:
     E benchè io non mi dolga, anche non lodo
     Che tu non m’abbi, è tanto tempo, scritto;
     Quantunque doppio sia questo conforto,
     Vederti vivo, ov’io pensavo morto.

106 Sappi ch’io t’ho più lettere mandate,
     Disse Rinaldo, e così Ricciardetto;
     Ma non sono a buon porto capitate,
     Ed ogni cosa quel demone ha detto:
     Or lasciam le parole addentellate,
     Chè tutto il mondo qua ti veggo a petto:
     Dimmi, cugin, quel che tu vuoi ch’i’ faccia,
     Chè 'l tempo è breve, e fortuna minaccia.

107 Quel traditor, non dico di Maganza,
     Anzi Marsilio, anzi altro Scariotto,
     Rispose Orlando, ci dette speranza
     Di far la pace, e inganno v’era sotto:
     Così con questa pitetta9 leanza,
     Carlo aspetta a San Gianni il sempliciotto,
     Ed io qui venni per certo tributo,
     Il qual tu vedi in che modo è venuto.

108 Poi che tu ti partisti, ed io rimasi,
     Par che il ciel sopra me disfoghi ogni ira,
     E mi sono avvenuti i più stran casi,
     Che la fortuna, che in più modi gira,
     Tanti non credo che ne intenda quasi;
     Onde l’anima mia sempre sospira,
     Ch’io so che mi persegue un gran peccato,
     Del qual più tempo è ch’io ho dubitato.