Pagina:Satire di Tito Petronio Arbitro.djvu/304

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248 note

dice egli in un altro luogo, e Persio a ciò pur volle alludere col verso

Quid juvat hos templis nostros immitere mores?


Pag. 108, lin. 29.

Nerone anch’esso scrisse un poemetto sull’incendio di Troia, la cui storia piacevagli a segno di volerla in parte verificare col fuoco fatto appiccare in alcuni luoghi di Roma, mentr’egli dalla Torre di Mecenate riguardandolo, stava cantando sulla cetra i versi analoghi, non so poi se di Omero o suoi. Veggansi Giovenale sat. 8, Tacito, Dione, Svetonio ec.


Pag. 115, lin. 1.

Forse Afranio Quinziano, di cui parla Tacito nel L. 14 degli annali.


Pag. 117, lin. 20.

Costui doveva essere il barbiere di Eumolpione, e trovarsi con quel rasoio fra le mani dopo aver forse tagliata la fune, cui questo pazzo di Encolpo erasi appeso.


Pag. 119, lin. 28.

Ecco finalmente anche l’ispettore di polizia, o forse meglio l’anziano, o il console o il vigilante, come dicesi in qualche luogo d’Italia.


Pag. 120, lin. 2.

Codesti pubblici servidori esistono tuttavia dappertutto.


Pag. 120, lin. 21.

Nel nono libro dell’Odissea, Omero fa dire ad Ulisse questa sua strana invenzione, che lo scampò dalla furia di Polifemo.


Pag. 120, lin. 31.

Pare da ciò che costoro partecipassero della qualità de’ littori.


Pag. 121, lin. 32.

Antichissimo è il costume di augurar salute a chi sternuta. Aristotile ne parla ne’ suoi problemi; e Plinio nella sua Storia naturale.