Pagina:Satire di Tito Petronio Arbitro.djvu/303

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note 247

Pag. 102, lin. 10.

Cioè pittura di un color solo. Di Zeusi, di Protogene, e di Apelle non è chi non abbia notizia.


Pag. 102, lin. 15.

Ila fu amato da Ercole, e assai più da una Naiade cui ricusò sempre di compiacere, talchè indottolo in un fiume, vi rimase affogato.


Pag. 102, lin. 17.

Si allude alla favola di Giacinto.


Pag. 107, lin. 12.

Democrito, Eudosso, e Crisippo, celebri filosofi dell’antichità. L’elleboro credevasi giovare all’ingegno. Egli è un purgante assai attivo, e il migliore riputavasi quel che nasceva in Anticira. Comunemente dicevasi ad un uomo stravagante che aveva bisogno di elleboro, ovveramente di navigare verso Anticira.


Pag. 108, lin. 3.

Lisippo era scultor sì eccellente ai tempi di Alessandro Magno, che questo principe a lui solo permise di far la sua statua, come al solo Apelle di fargli il ritratto.


Pag. 108, lin. 5.

Mirone anch’esso statuario eccellente, sopra tutto nel rappresentare animali.


Pag. 108, lin. 16.

Dov’era il tempio di Giove.


Pag. 108, lin. 22.

Il Senato faceva oblazioni al Tempio in caso di pubbliche disgrazie. Abbiamo in Livio la preghiera che il Pontefice pronunciava alla testa del Senato in questa occasione. Petronio vuol però pungere l’uso di arricchire i tempj quasichè gli Iddii potessero come gli uomini abbisognare, o aver desiderio delle ricchezze.

Dicite pontifices in templo quid facit aurum?