Pagina:Serao - All'erta, sentinella!, Milano, Galli, 1896.djvu/89

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Dal suo balcone, vedendo che suo marito cominciava a parlare, Cecilia si ritrasse un momento. Quella gran folla di gente che guardava con tanta insistenza il capitano, quella profonda siepe di galeotti a capo scoperto che premeva e incalzava il picciolo quadrato dei soldati, e più si stringeva, si stringeva, e il bambinetto in mezzo a essi che metteva una breve macchia candida, tutto questo la fece rabbrividire. Ma più di tutto il grandissimo silenzio, il profondissimo silenzio.

— Ufficiali e soldati, — cominciò a dire con voce forte, ma leggermente velata, il capitano Gigli — oggi, all'isola di Nisida, come in ogni città d'Italia, è arrivata una grande notizia. Il nostro re, il nostro generale, il capo del nostro esercito, Vittorio Emanuele, oggi è entrato in Venezia. Venezia è nostra.

Al tremore della sua voce sonora, alla sua emozione, un grande grido rispose, uscito dalle bocche dei soldati e degli ufficiali; era una sola parola che si ripeteva, distinta, precisa, fra altre confuse, una parola che ritornava sempre:

— Venezia, Venezia!

— Abbiamo ragione di essere commossi, tutti, — riprese il capitano Gigli, come il rumore si fu chetato, poichè il grande sogno della unità italiana, per cui migliaia di uomini dettero il loro cuore e la loro intelligenza, per cui migliaia di uomini misero la vita sul campo di battaglia, per