Pagina:Storia della rivoluzione piemontese del 1821 (Santarosa).djvu/44

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pestarci spogliati. I Lombardi frattanto erano accuorati di vedersi sudditi all’Austria, che sebbene trattasseli con riguardi, pur mal sapeva celare la mira di rifarsene, cessati che fossero i motivi che l’astringevano ad un tal modo di agire. Ad onta di tali riguardi però, Venezia deserta, migliaia di operai senza pane, gli avanzi di un’armata valorosa ed illustre umiliati e negletti, le convenienze commerciali sacrificate agl’interessi dell’industria austriaca, feano di già provare l’abbominio della dominazione straniera.

Una importante rivoluzione era seguita negli animi de’ Piemontesi. Emanuele Filiberto, col trasportare a Torino la sede del governo, e Carlo Emanuele II co’ suoi costumi, aveano fatto da gran tempo presentire, come la casa ed il regno loro tendessero a diventar italiani, ma codesta verità non rifulse intera agli occhi dei Piemontesi, che sotto il regno di Vittorio Emanuele, quando una gioventù educata sugli scritti di Vittorio Alfieri, una folla di valenti militari usciti dalle file delle armate napoleoniche, erano stimolo all’opinione, cui soccorreva anche quell’odio, che Piemontesi e Genovesi, per istinto com’essi antico e con essi perituro, nutrono dell’Austriaco; sentimento nazionale, per opera di quei stessi che ne sono l’oggetto, ogniqualvolta furono fra noi, mantenuto e cresciuto, per alterigia di modi, estorsioni e durezza di tratti verso il popolo.

Si rimproverava a Vittorio Emanuele di non avere nel 1814 saputo afferrar l’occasione di cingersi le tempia dalla corona lombarda; della giustezza però di un tal rimprovero, come dell’esito in allora