Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/347

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298 parte terza

Hist. l. 55), avverandosi in fatti ciò che Orazio per espressione di affettuosa riconoscenza avea già scritto, che l’amicizia avrebbeli uniti perfino in morte.


Sue poesie liriche e loro eccellenza. XVI. Tal fu la vita di Orazio, uomo, come dalle sue poesie si raccoglie, dato a’ piaceri e nemico di qualunque cosa gli potesse recar turbamento; ma che di mezzo a molti lascivi componimenti molti ne ha ancora pieni di morali giustissimi sentimenti. Qui però dobbiam solo considerarne il valore poetico, e la gloria che da lui ne venne a’ Romani. Egli si vanta, e a ragione, di essere stato il primo tra loro che ardisse di tentare la lirica poesia. Catullo qualche picciolo saggio di questo genere ci ha lasciato; ma non si può veramente chiamarne autore. Orazio tutto vi si consacrò e coltivollo con felicità così grande, che merita certo di stare al paro co’ più rinomati tra’ Greci. Egli modestamente ricusa di esser detto imitatore di Pindaro (l. 4 od. 2); ma le sue poesie stesse ci vietano di dargli fede. L’enfasi, l’entusiasmo, la forza che in esse regna, e i rapidissimi voli a cui spesso si abbandona, cel mostran pieno di quel qualunque siasi furore che solo forma i poeti; ma nel più vivo entusiasmo egli sempre conserva quella proprietà ed eleganza e nobiltà di espressione, che li rende perfetti. Ciò ch’è più ammirabile, si è che Orazio imitator sì felice di Pindaro quando ha tra le mani un argomento sublime, è ancora imitator nulla meno felice di Anacreonte negli argomenti più scherzevoli e più leggiadri. Intorno a che veggansi le belle riflessioni del co. Algarotti nel