Pagina:Ultime lettere di Jacopo Ortis.djvu/110

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108 ultime lettere d’jacopo ortis.

di un crocefisso: ed io uscii a perdermi tutta la notte per le montagne con le vesti e l’anima insanguinata, cercando in quello sterminio la pena della mia colpa. Che notte! Credi tu che quel terribile spettro mi abbia perdonato mai? — La mattina dopo, assai se ne parlò: si trovò il morto in quel viale, mezzo miglio più lontano, sotto un mucchio di sassi fra due castagni schiantati che attraversavano il cammino; la pioggia che sino all’alba cascò dalle alture a torrenti ve lo strascinò con que’ sassi; aveva le membra e la faccia a brani; e fu conosciuto per le strida della moglie che lo cercava. Nessuno fu imputato. Ma mi accusavano le benedizioni di quella vedova perchè ho subitamente collocata la sua figlia col nipote del castaldo; e assegnato un patrimonio al figliuolo che si volle far prete. E jer sera vennero a ringraziarmi di nuovo dicendomi, ch’io gli ho liberati dalla miseria in cui da tanti anni languiva la famiglia di quel povero lavoratore. — Ah! vi sono pure tanti altri miseri come voi; ma hanno un marito ed un padre che li consola con l’amor suo, e che essi non cangerebbero per tutte le ricchezze della terra — e voi!

Così gli uomini nascono a struggersi scambievolmente.

Fuggono da quel viale tutti i villani, e tornandosi da’ lavori, per iscansarlo, passano per le praterie. Si dice che le notti vi si sentono spiriti; che l’uccello del mal— augurio siede fra quelle arbori, e dopo la mezzanotte urla tre volte; che qualche sera si è veduta passare una persona morta — nè io ardisco disingannarli, nè ridere di tali prestigj. Ma svelerai tutto dopo la mia morte. Il viaggio è rischioso, la mia salute è incerta; non posso allontanarmi con questo rimorso sepolto. Que’ due figliuoli in ogni loro disgrazia e quella vedova sieno sacri nella mia casa. Addio.


Per entro la Bibbia si trovarono, assai giorni dopo, le traduzioni zeppe di cassature e quasi non leggibili di alcuni versi del libro di Job, del secondo capo dell’Ecclesiaste, e di tutto il cantico di Ezechia.—

Alle quattro dopo mezzodì si trovò a casa T***. Teresa era discesa tutta sola in giardino. Il padre di lei lo accolse affabilmente. Odoardo si fe’ a leggere presso a un balcone; e dopo non molto posò il libro; ne aprì un altro, e leggendo s’incamminò alle sue stanze. Allora Jacopo prese il primo libro così come fu lasciato aperto da Odoardo: era il volume IV delle tragedie dell’Alfieri: ne scorse una o due pagine; poi lesse forte:

Chi siete voi?... Chi d’aura aperta e pura
Qui favellò?... Questa? è caligin densa;
Tenebre sono; ombra di morte... Oh mira!
Più mi t’accosta; il vedi? Il Sol d’intorno
Cinto ha di sangue ghirlanda funesta...
Odi tu canto di sinistri augelli?
Lugubre un pianto sull’aere si spande
Che me percote, e a lagrimar mi sforza...
Ma che? Voi pur, voi pur piangete?...