Pagina:Ultime lettere di Jacopo Ortis.djvu/115

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ultime lettere d’jacopo ortis. 113

S’io t’amo? e abbassandomi e abbracciandola: t’amo, io le diceva, t’amo teneramente; ma tu non mi vedrai più. — O mio fratello! — Teresa mi contemplava atterrita, e stringeva l’Isabellina, e teneva pur gli occhi verso di me. — Tu ci lascerai, mi disse, e questa fanciulletta sarà compagna de’ miei giorni, e sollievo de’ miei dolori: le parlerò sempre dell’amico suo, — dell’amico mio; e le insegnerò a piangerti e a benedirti. — E a queste ultime parole, l’anima sua parevami ristorata di qualche speranza; e le lagrime le pioveano dagli occhi; ed io ti scrivo con le mani calde ancor del suo pianto. — Addio, soggiunse, addio, ma non eternamente; di’? non eternamente? eccoti adempiuta la mia promessa — e si trasse dal seno il suo ritratto — eccoti adempiuta la mia promessa; addio, va, fuggi, e porta con te la memoria di questa sfortunata — è bagnato delle mie lagrime e delle lagrime di mia madre. — E con le sue mani lo appendeva al mio collo, e lo nascondeva dentro al mio petto. Io stesi le braccia, e me la strinsi sul cuore, e i suoi sospiri confortavano le arse mie labbra, e già la mia bocca.... — ma un pallore di morte si sparse su la sua faccia; e, mentre mi respingeva, io toccandole la mano la sentii fredda, tremante, e con voce soffocata e languente mi disse: — Abbi pietà! addio. — E si abbandonò sul sofà stringendosi presso quanto poteva la Isabellina che piangeva con noi. — Entrava suo padre, e il nostro misero stato avvelenò forse i suoi rimorsi.


Ritornò quella sera tanto costernato, che Michele stesso sospettò di qualche fiero accidente. Ripigliò l’esame delle sue carte; e molte ne faceva ardere senza leggerle. Innanzi alla Rivoluzione avea scritto un Commentario intorno al Governo Veneto in uno stile antiquato, assoluto, con quel motto di Lucano per epigrafe: Jusque datum sceleri. Una sera dell’anno addietro aveva letto a Teresa la storia di Lauretta; e Teresa mi disse poi, che quei pensieri scuciti, ch’ei m’inviò con la lettera de’ 29 aprile, non n’erano il cominciamento, ma bensì sparsi dentro quell’operetta ch’esso aveva finita, narrando per filo i casi di Lauretta, e gli aveva scritti con istile men passionato. Non perdonò nè a questi nè a verun altro suo scritto. Leggeva pochissimi libri, pensava molto: dal bollente tumulto del mondo fuggiva a un tratto nella solitudine, e quindi avea necessità di scrivere. Ma a me non resta se non un suo Plutarco zeppo di postille, con varj quinterni frammessi ove sono alcuni discorsi, ed uno assai lungo su la morte di Nicia; ed un Tacito Bodoniano, con molti squarci, e fra gli altri l’intero Libro Secondo degli Annali e gran parte del Secondo delle Storie, da lui con sommo studio tradotti, e con carattere minutissimo pazientemente ricopiati ne’ margini. I frammenti sovra scritti gli ho trascelti da’ fogli stracciati ch’esso aveva, come di nessun conto, gittati sotto al suo tavolino; e a’ quali ho probabilmente assegnato le date. Ma il passo seguente, non so se suo o d’altri quanto alle idee, bensì di stile tutto suo, era stato da lui scritto in calce al libro delle Massime di Marco Aurelio, sotto la data 3 marzo 1794 — e poi lo trovai ricopiato in calce all’esemplare del Tacito Bodoniano sotto la data 1 gennaio 1797 — e presso a questa, la data 20 marzo 1799. — Eccolo


«Io non so nè perchè venni al mondo, nè come, nè cosa sia il mondo, nè cosa io stesso mi sia. E s’io corro ad in-