Pagina:Zibaldone di pensieri I.djvu/462

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434 pensieri (383-384-385)

risultasse la necessità di un giudizio vero assolutamente e non piuttosto di un giudizio veramente utile e adattato alla natura dell’uomo.

Quanto al desiderio che ha l’uomo di conoscere, desiderio che si pretende infinito, come quello di amare, e a differenza di quello di operare.

1° Non è vero ch’egli sia infinito per se, ma solo materialmente e come desiderio del piacere, ch’è tutt’uno coll’amor proprio. E non è vero che l’uomo (384) naturale sia tormentato da un desiderio infinito precisamente di conoscere. Neanche l’uomo corrotto e moderno si trova in questo caso. Egli è tormentato da un desiderio infinito del piacere. Il piacere non consiste se non che nelle sensazioni, perché quando non si sente non si prova né piacere né dispiacere. Le sensazioni non le prova il corpo, ma l’anima, qualunque cosa s’intenda per anima. La sensazione dell’intelligenza è il concepire. Dunque l’oggetto della facoltà intellettiva, è il concepire (non il vero come dirò poi). L’uomo desidera un piacere infinito in tutte le cose, ma non può provare una certa infinità, se non se nella concezione, perché tutto il materiale è limitato (vedi la pag. 388 di questi pensieri, fine). L’uomo dunque prova piacere nella maggior estensione possibile della concezione, ossia dell’atto della facoltà intellettiva (vedi questi pensieri p. 170, fine, e p. 178, fine - 179 principio). Questo è indipendente dal vero. L’uomo non desidera di conoscere, ma di sentire infinitamente. Sentire infinitamente non può, se non colle facoltà mentali in qualche modo, ma principalmente coll’immaginazione, non colla scienza o cognizione, la quale anzi circoscrive gli oggetti e quindi esclude l’infinito. E da queste cose si potrà dedurre che anche la curiosità o desiderio di conoscere o piuttosto di concepire (385) derivi [non] da una determinazione arbitraria della natura a fare che il conoscere o concepire sia piacere, ma da questo stesso, che