Pagina:Zibaldone di pensieri IV.djvu/142

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130 pensieri (2251-2252-2253)

tempo che nel primitivo e in quello che precedette i cominciamenti della civilizzazione, anzi le prime alterazioni della natura umana derivate dalla società? (13 dicembre 1821).


*    Alla p. 2243. Tutto ciò che è finito, tutto ciò che è ultimo, desta sempre naturalmente nell’uomo un sentimento di dolore e di malinconia. Nel tempo stesso eccita un sentimento piacevole, e piacevole nel medesimo dolore, e ciò a causa dell’infinità dell’idea che si contiene in queste parole finito, ultimo ec. (le quali però sono di lor natura e saranno sempre poeticissime, per usuali e volgari che sieno, in qualunque lingua e stile. E tali son pure  (2252) in qualsivoglia lingua ec. quelle altre parole e idee, che ho notate in vari luoghi come poetiche per se e per l’infinità che essenzialmente contengono) (13 dicembre 1821). Vedi p. 2451.


*    Che il privato verso il privato straniero, e massimamente nemico, sia tenuto né piú né meno a quei medesimi doveri sociali, morali, di commercio ec. a’ quali è tenuto verso il compatriota o concittadino e verso quelli che sono sottoposti ad una legislazione comune con lui; che esista insomma una legge, un corpo di diritto universale che abbracci tutte le nazioni ed obblighi l’individuo né piú né meno verso lo straniero che verso il nazionale; questa è un’opinione che non ha mai esistito prima del cristianesimo, ignota ai filosofi antichi i piú filantropi, ignota non solo, ma evidentemente e positivamente esclusa da tutti gli antichi legislatori i piú severi e pii e religiosi, da tutti i piú puri moralisti (come Platone), da tutte le piú sante religioni e legislazioni,  (2253) compresa quella degli ebrei. Se in qualche nazione antica o moderna selvaggia la legge o l’uso vieta il rubare, ciò s’intende a’ proprii compatrioti, (secondo quanto si