Pagina:Zibaldone di pensieri IV.djvu/145

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(2256-2257-2258) pensieri 133

mus aequor (nota questo verso detto però da Virgilio in altro senso). Georgica, II, fine (15 dicembre 1821). (2257)


*   Dico altrove (p. 1970) del futuro congiuntivo adoperato probabilmente dal volgo latino invece del dimostrativo. Vedi Virgilio, Georgica, II, 49-52, dove exuerint non vale se non se si spoglieranno, o cosa tanto simile, che ben si rende probabile lo scambio di questi due futuri nel dialetto volgare romano (16 dicembre 1821). Vedi pure Orazio, Epod., XII, 23-4, moerebis-risero, e p. 2340 e Virgilio, Eneide, VI, 92.


*    L’altezza di un edifizio o di una fabbrica qualunque sí di fuori che di dentro di un monte ec. è piacevole sempre a vedere, tanto che si perdona in favor suo anche la sproporzione. Come in una guglia altissima e sottilissima. Anzi quella stessa sproporzione piace, perché dà risalto all’altezza e ne accresce l’apparenza e l’impressione e la percezione e il sentimento e il concetto. Ad uno il quale udiva che, l’altezza straordinaria di un certo tempio era ripresa come sproporzionata alla grandezza ec. sentii dire che, se questo era un difetto, era bel difetto ed appagava e ricreava  (2258) l’animo dello spettatore. La causa naturale ed intrinseca e metafisica di questi effetti l’intendi già bene (16 dicembre 1821).


*    Altra somiglianza fra il mondo e le donne. Quanto piú sinceramente queste e quello si amano, quanto piú si ha vera e forte intenzione di giovar loro e sacrificarsi per loro, tanto piú bisogna esser certi di non riuscire a nulla presso di essi. Odiarli, disprezzarli, trattarli al solo fine de’ proprii vantaggi e piaceri, questo è l’unico e indispensabil mezzo di far qualche cosa nella galanteria, come in qualunque carriera mondana, con qualunque persona o società,