Pagina:Zibaldone di pensieri IV.djvu/298

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
286 pensieri (2516-2517-2518)

che  (2517) insomma usavano piú puramente la lingua nazionale o patria del tempo loro, ma quelli che oggi meno s’apprezzano, cioè che la fornivano di parole e modi forestieri e che si studiavano di tirarla alle forme d’altre lingue e d’altri stili, come fece il Boccaccio rispetto al latino, e come anche Dante, la cui lingua, s’é pura per noi, che misuriamo la purità coll’autorità, niuno certamente avrebbe chiamato pura a quei tempi, s’avessero pensato allora alla purità, e gli stessi cinquecentisti non erano molto inclinati a stimarlo tale, né ad accordargli un’assoluta autorità e voto decisivo in fatto di purità di lingua, restringendosi piuttosto al Petrarca e al Boccaccio. Vedi Caro, Apologia, p. 28, fine ec., lett. 172, t. II e, se vuoi, anche il Galateo del Casa circa la stima ch’allora si faceva di tanto poeta.


     Per le quali considerazioni e confronti, sebbene la lingua italiana di questo secolo sia bruttissima e pessima per ragioni e qualità indipendenti dalla purità e dal barbarismo, cioè perché povera, monotona, impotente, fredda, inefficace, smorta, inespressiva, impoetica, inarmonica ec. ec., nondimeno ardisco dire che se gli scrittori barbari della moderna Italia arriveranno ai posteri, quando la lingua italiana sarà già in qualunque modo mutata dalla presente, e se  (2518) la prevenzione, che influisce moltissimo sopra il senso dell’eleganza e del bello in ogni cosa, e il giudizio del secol nostro non avrà troppa forza ne’ futuri, come non l’ha in noi il giudizio de’ cinquecentisti, questa nostra barbara lingua si stimerà elegante e piacerà perché divenuta già pellegrina, e forse il Cesarotti ec. passerà per modello d’eleganza di lingua. Finalmente non è ella cosa conosciutissima che alla poesia non solo giova, ma è necessario il pellegrino delle parole delle frasi delle forme (niente meno che delle idee), per fare il suo stile elegante e distinto dalla prosa? Non lo dà per precetto Aristotele (Caro,