Pagina:Zibaldone di pensieri IV.djvu/302

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290 pensieri (2524-2525-2526)

zionie casi e la regola sia tutto l’opposto, cioè quell’idea ch’egli si forma della vita e degli uomini naturalmente e indipendentemente dall’istruzione, quella che forma il suo proprio carattere ed è l’oggetto delle sue inclinazioni e desiderii e speranze, l’opera e il pascolo della sua immaginazione (29 giugno, dí di San Pietro, 1822).  (2525)


*    Alla p. 2516, margine fine - e sempre scrisse (il Caro) nella propria lingua del suo secolo, non del trecento e della sua nazione, non di sola Firenze. Or vedasi nell’esempio del Caro, non fiorentino, come era bella e graziosa questa lingua nazionale del cinquecento, ch’allora si disprezzava, e diceva il Salviati che bisognava scordarsene e lavarsene gli orecchi, né piú né meno di quello che ci dicano oggi della nostra moderna. Certo è che nessun fiorentino né del trecento né del cinquecento né d’altro secolo scrisse mai cosí leggiadramente e perfettamente come scrisse il Caro, marchegiano e di piccola terra, tanto le cose studiate, quanto le non istudiate, vero apice della prosa italiana e che anche oggidí, letto o bene imitato, é fresco e lontanissimo dall’affettazione la piú menoma, come s’oggi appunto scrivesse. E notate che il Caro tutto quello che scrisse ebbe poco tempo di studiarlo, lasciando star le lettere familiari, ch’egli scriveva anzi di malissima voglia, come dice  (2526) spessissimo, e dice ancora: E delle mie (lettere) private io n’ho fatto molto poche che mi sia messo per farle (cioè con istudio) e di pochissime ho tenuta copia (lett. 180, vol. II, al Varchi). Dal che si vede che quello stile e quella lingua gli erano naturali e sue proprie, non altrui, cioè proprie del suo secolo e della sua nazione, benché da lui modificate secondo il suo gusto e benché si professi molto obbligato nella lingua a Firenze, scrivendo al fiorentino Salviati (lett. ult., cioè 265, fine, vol. II). Vedi ancora quel ch’egli dice del poco studio