Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura/2525

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*    Alla p. 2516, margine fine - e sempre scrisse (il Caro) nella propria lingua del suo secolo, non del trecento e della sua nazione, non di sola Firenze. Or vedasi nell’esempio del Caro, non fiorentino, come era bella e graziosa questa lingua nazionale del cinquecento, ch’allora si disprezzava, e diceva il Salviati che bisognava scordarsene e lavarsene gli orecchi, né piú né meno di quello che ci dicano oggi della nostra moderna. Certo è che nessun fiorentino né del trecento né del cinquecento né d’altro secolo scrisse mai cosí leggiadramente e perfettamente come scrisse il Caro, marchegiano e di piccola terra, tanto le cose studiate, quanto le non istudiate, vero apice della prosa italiana e che anche oggidí, letto o bene imitato, é fresco e lontanissimo dall’affettazione la piú menoma, come s’oggi appunto scrivesse. E notate che il Caro tutto quello che scrisse ebbe poco tempo di studiarlo, lasciando star le lettere familiari, ch’egli scriveva anzi di malissima voglia, come dice