Pagina:Zibaldone di pensieri IV.djvu/366

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354 pensieri (2649-2650-2651-2652)

originarii dialetti delle diverse nazioni che si stabilirono in Italia sieno una rimota cagione della varietà de’ linguaggi che vi si parlano presentemente.  (2650)

Ma checché sia pure degli elementi della lingua loro (de’ primi veneti), è cosa notoria ch’essi ne avevano una a se, comunque fosse composta; la quale rimase in seguito, come le altre di tutti gl’italiani aborigeni, assorta nel latino; e molte prove si potrebbero addurre per dimostrare che una tal lingua (come accadde di quella dei Galli ec). tinse de’ suoi propri colori la massa colla quale si confuse (la lingua latina): e le iscrizioni lapidarie raccolte dal Maffei nel territorio veneto fanno vedere quella stessa provincialità antica (benché di un genere diverso) che caratterizza quelle delle colonie Galliche; e vi si riconosce lo stesso scambiamento di lettere che è frequentissimo nel dialetto veneto che ora si parla. Cicerone nelle sue Lettere familiari fa menzione  (2651) di certi termini che erano in voga in queste provincie (venete), e sconosciuti a Roma. Tito Livio fu accusato di patavinità o padovanismo (checché si debba intendere sotto questa espressione); fu anche detto di Catullo d’aver egli introdotte certe nuove forme di dire nella lingua latina: e si potrebbero addurre alcune prove di questi suoi veronismi. Ne sia una il nome di Pronus con cui egli chiama un torrente: termine che io non so che sia usato da alcun altro. Né si supponga che questo non sia che uno degli ordinarii ed adattati epiteti sostituiti al sostantivo. Giacché Pronio nella provincia di Verona ritiene anche presentemente il significato di torrente. Ho già fatto sentire l’opinione in cui sono che quello ch’io cerco di dimostrare  (2652) relativamente agli stati veneti (l’antichissima origine di quegli elementi e proprietà del suo dialetto che non vengono dal latino, e non sono del comune italiano; e la loro derivazione dalla