Pagina:Zibaldone di pensieri IV.djvu/39

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(2050-2051-2052) pensieri 27

azione, perché ama soprattutto la vita e perciò gradisce anche e nella vita e nelle scritture una certa non eccessiva difficoltà che l’obbliga ad agire vivamente. E tale è il caso d’Orazio, il quale alla fine non è poeta lirico che per lo stile. Ecco come lo stile, anche separato dalle cose, possa pur essere una cosa, e grande; tanto che uno può esser poeta, non avendo  (2051) altro di poetico che lo stile; e poeta vero e universale e per ragioni intime e qualità profondissime ed elementari e però universali dello spirito umano.

Questi effetti che ho specificati li produce Orazio a ogni tratto coll’arditezza della frase, onde dentro il giro di un solo inciso vi trasporta e vi sbalza piú volte di salto da una ad altra idea lontanissima e diversissima (come pure coll’ordine figuratissimo delle parole e colla difficoltà e quindi attività ch’esso produce in chi legge). Metafore coraggiose, epiteti singolari e presi da lungi, inversioni, collocazioni, soppressioni, tutto dentro i limiti del non eccessivo (eccessivo potrebb’essere pei tedeschi, troppo poco per gli orientali) ec. ec., producono questi effetti in qualsivoglia luogo delle sue poesie.

        Pone me pigris ubi nulla campis
           Arbor aestiva recreatur aura,
           Quod latus mundi nebulae malusque
           Iuppiter urget.

Eccovi prima la pigrizia, poi questa applicata ai campi, e immediatamente gli alberi e l’aria d’estate, poi un fianco del mondo, poi  (2052) le nebbie, e poi Giove invece del cielo, e malvagio invece di contrario, che urtano o spingono o perseguitano quella parte di mondo.

La vivezza e il pregio di tutto ciò (come di tante simili bellezze in altri stili) non consiste in altro che nella frequenza e nella lunghezza dei salti da