Pagina:Zibaldone di pensieri IV.djvu/78

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
66 pensieri (2127-2128-2129)

nazionale. Omero e Dante, massime Dante, fecero espressa professione di non volere restringere la lingua a veruna o città o provincia d’Italia, e per lingua cortigiana l’Alighieri, dichiarandosi di adottarla, intese una lingua altrettanto varia, quante erano le corti e le repubbliche e governi d’Italia in que’ tempi. Simile fu il caso d’Omero e della Grecia a’ suoi tempi e poi. Simile è quello dell’Italia anche oggi e simile è stato da Dante in qua. Simile pertanto dev’essere assolutamente la massima fondamentale d’ogni vero filosofo linguista italiano come lo è fra’ tedeschi (19 novembre 1821).


*    Vien pure accagionato il signor Botta di alcuni termini familiari, che parvero non comportabili dalla dignità storica... Si mise in campo a sua discolpa l’osservazione esser pregio particolare della lingua italiana l’adattarsi a tutti i tuoni, anche ne’ piú  (2128) gravi argomenti. Di fatti, chi ben guardi addentro la materia, non è forse vero che questo idioma non si formò già nelle corti, bensí in una repubblica tempestosa, nella quale esprimere l’energia de’ sentimenti popolari, non già fornire occorreva locuzioni temperate a gente placida o simulata. Da questa impronta originaria ricevette la lingua mentovata il privilegio d’essere per l’appunto in modo singolare sí acconcia a descrivere rivoluzioni politiche. Prefazione del signor L. di Sevelinges alla sua traduzione della Storia ec. di C. Botta, in francese, volgarizzata dal Cav. L. Rossi, Milano, Botta, Storia ec., 1819, 3a ediz., t. I, p. LXI-II.
La ragione qui accennata può servire in parte a spiegare il perché la lingua italiana scritta (dico la buona e vera ed antica lingua) si sia poco divisa dalla parlata, a differenza della latina e a somiglianza della greca (per esempio in Demostene). Oltre le altre cagioni da me notate sparsamente  (2129) altrove, cioè