Pagina:Zibaldone di pensieri V.djvu/119

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112 pensieri (2978-2979)

lungo, per vigorosi e vivaci che fossero, e sonosi contentati d’una carriera assai piú breve e bene spesso prima di giungere al termine di questa medesima, hanno pur lasciato chiaramente vedere che si trovavano affaticati, e che la lena e l’alacrità veniva lor manco, tanto piú quanto piú s’avvicinavano alla meta1. E Virgilio, il quale che cosa non ha tolto ad Omero ?, nella seconda metà della sua Eneide riesce evidentemente languido e stanco, e diverso da se medesimo, se non nella invenzione2, certo però nell’esecuzione, cioè nelle immagini, nella espansione e vivacità degli affetti e nello stile, il che non può esser negato da veruno che ben conosca la maniera, la poesia, la lingua, la versificazione di Virgilio, anzi a questi tali la differenza si fa immediatamente sentire: e vedesi che l’immaginazione di Virgilio era per la lunga fatica illanguidita, raffreddata e sfruttata; non rispondeva all’intenzione del poeta; non  (2979) gli ubbidiva; egli poetava già per instituto e quasi debito, per arte e per abitudine, arte e abitudine che in lui erano eccellentissime, e possono ai meno esperti sembrare impeto ed ὁρμὴ poetica, ma non sono e non paiono tali ai piú accorti, i quali in quegli ultimi libri desiderano la vena la προJυμία, l’alacrità di Virgilio. L’invenzione doveva essere stata da lui tutta concepita e disposta fin dal principio, com’é naturale in ogni buon poeta, e massime in un poeta di tant’arte e maestria. Quindi s’ella nel fine non è inferiore al principio, niuna maraviglia. L’immaginazione era cosí fresca quando inventava il fine del poema, come quando inventava il principio. Ma non minor forza, vivezza, attività, prontezza, fecondità

  1. Da queste osservazioni si deduce quanto la natura e l’ingegno son piú ricchi dell’arte e come l’imitatore è sempre piú povero dell’imitato. Vedi Algarotti, Pensieri, Opp., Cremona, t. VIII, p. 79.
  2. Vedi Chateaubriand, Génie, Paris, 1802, Par. II, l. 2, ch. 1,0 fine, t. II, p. 105-6.