Pagina:Zibaldone di pensieri V.djvu/72

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(2899-2900-2901) pensieri 65

siderando la perfezione di ciascheduna specie in modo comparativo, cioè relativamente l’una all’altra, non vogliamo immaginare una doppia scala, ovvero una scala parte ascendente e parte discendente. E nella estremità inferiore della prima porre gli esseri affatto o piú di tutti gli altri inorganizzati. Indi, salendo fino alla sommità, porre gli esseri piú organizzati, fino a quelli che tengono il mezzo della organizzazione, della sensibilità, della conformabilità. E di questi farne il sommo  (2900) grado della scala, cioè della perfezione comparativamente considerata, come quelli che forse sono per natura i piú disposti a conseguire la propria particolare e relativa felicità, e conservarla. Da questi in poi sempre discendendo, giú giú per gli esseri piú organizzati, sensibili e conformabili, porre nell’ultimo e piú basso grado dell’altra parte della scala l’uomo, come il piú organizzato, sensibile e conformabile degli esseri terrestri.

Discorrendo in questo modo, e raddoppiando o ripiegando cosí la scala, troveremmo che l’uomo è veramente nella estremità non della perfezione (come ci parrebbe se facessimo una scala sola o semplice e retta), ma della imperfezione; e in una estremità piú bassa ancora di quella che è dall’altra parte della scala. Perocché dalla comparativa imperfezione degli esseri posti in quel grado, non ne segue ai medesimi alcuna infelicità laddove all’uomo grandissima.

E veramente io cosí penso. L’uomo non è per natura infelice. La natura non ha posto  (2901) in lui nessuna qualità che lo renda tale per se medesima, nessuna che tal qual è naturalmente, si opponga da niuna parte al suo ben essere; e però la natura direttamente non ha prodotto l’uomo né infelice, né tale ch’ei debba necessariamente divenirlo. Perocché l’uomo potrebbe conservarsi nello stato suo primitivo puro, come gli altri esseri si conservano nel loro, e conservandocisi, sarebbe cosí felice, o cosí non infelice, come

Leopardi. - Pensieri, V. 5