Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura/12

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[p. 88 modifica] [p. 89 modifica]*   L’arte di Ovidio di metter le cose sotto gli occhi, non si chiama efficacia, ma pertinacia. ec.


*   I francesi colla loro pronunzia tolgono a infinite parole che han prese dai latini, italiani ec. quel suono espressivo che aveano in origine, e che è uno dei piú grandi pregi nelle lingue, ec. ec. Per esempio nausea in latino e in italiano con quell’au e con quell’ea imita a maraviglia quel gesto che l’uomo fa e quella voce che manda scontorcendo la bocca e il naso quando è stomacato. Ma nosé non imita niente, ed è come quelle cose che spogliate degli spiriti e dei sali, umori, grasso ec. restano tanti capomorti (capogatti ec. non capigatti) V. questi pensieri p.95.


*   Un’osservazione importantissima intorno alle traduzioni, e che non so se altri abbia fatta, e di cui non ho in mente alcuno che abbia profittato, è questa. Molte volte noi troviamo nell’autore che traduciamo, per esempio greco, un composto, una parola che ci pare ardita, e nel renderla ci studiamo di trovargliene una che equivalga, e fatto questo siamo contenti. Ma spessissimo quel tal composto o parola, comeché sia, non solamente era ardita, ma l’autore la formava allora a bella posta, e però nei lettori greci faceva quell’impressione e risaltava nello scritto come fanno le parole nuove di zecca, e come in noi italiani fanno quelle tante parole dell’Alfieri per esempio spiemontizzare ec. ec. Onde tu che traduci, posto ancora che abbi trovato una parola corrispondentissima, proprissima, equivalentissima, tuttavia non hai fatto niente, se questa parola non è nuova e non fa in noi quell’impressione che facea ne’ greci. E qui è cosí comune l’inavvertenza che nulla piú. Perché se traducendo trovi quella parola e non l’intendi, tu cerchi ne’ dizionari, e per esser quella parola di un classico, tu ce la trovi colla spiegazione in parole ordinarie, e con parole ordinarie [p. 90 modifica]la rendi e non guardi, prima se quell’autore che traduci è il solo che l’abbia usata, secondo, se è il primo; perché potrebbe anche dopo lui esser passata in uso e nondimeno non essere stato meno ardito né nuovo né esprimente il suo primo usarla. Ecco un esempio. Luciano ne’ Dialoghi de' morti; Ercole e Diogene; usa la parola ἄντανδρον. Cerca ne’ lessici: spiegano succedaneus ec. ma se tu vòlti: sostituto, o che so io, non arrivi per niente all’efficacia burlesca e satirica di quella nuova parola di Luciano che vuol dire: contrappersona, e colla sua novità ha una vaghezza e una forza particolare specialmente di deridere (Nota bene. Io non so se questa voce di Luciano sia di lui solo: la trovo ne’ Dizionari senza esempio, onde potrebbe anche esser propria della lingua; e bisogna cercare migliori dizionari che io per ora non ho; perché cadrebbe a terra quest’esempio, per altro sufficiente a dare ad intendere, vero o no che sia la mia proposizione e osservazione). Quello che io ho detto delle parole va inteso anche dei modi, frasi, ec. ec. ec.