Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura/3342

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*   Alla p. 3098. Tutte le nazioni e società primitive, non altrimenti che oggidí le selvagge, riputarono l’infelice e lo sventurato per nemico agli Dei o a causa di vizi e delitti ond’ei fosse colpevole, o a causa d’invidia o d’altra passione o capriccio che movesse i Numi ad odiar lui in particolare o la sua stirpe ec., secondo le diverse idee che tali nazioni avevano della giustizia e della natura degli Dei. Un’impresa mal riuscita mostrava che gli Dei l’avessero contrariata o per se stessa o per odio verso l’imprenditore o gl’imprenditori. Un uomo solito a échouer nelle sue intraprese, era senza fallo in ira agli Dei. Una malattia, un naufragio, altre tali disgrazie provenienti piú dirittamente dalla natura erano segni piú che mai certi dell’odio divino. Si fuggiva quindi l’infelice, come il colpevole; se gli negava ogni soccorso e compassione, temendo di farsi complice in questo modo della colpa, per poi divenire partecipe della pena. Qua si dee riferire l’infamia pubblica in cui erano i lebbrosi appresso gli Ebrei, e lo sono ancora, s’io non m’inganno, appo gl’indiani. Gli amici e la moglie di Giobbe lo