Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura/34

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[p. 128 modifica] «Si quidquid laesum est extra est neque intus reconditum, eodem medicamento tinctum linamentum superdandum est et quidquid ante adhibuimus cerato contegendum. In hoc autem casu neque acribus cibis utendum neque asperis nec alvum comprimentibus.» Cosí altrove spesso, in primo casu, in eo casu ec., come noi diciamo: «in questo caso, nel primo caso ec.» E lib. VII, c. 2, dopo il mezzo: «Semper autem, ubi scalpellus admovetur, id agendum est ut et quam minimae et quam paucissimae plagae sint; cum eo tamen ut necessitati succurramus et in modo et in numero.» E c. 7, sect. 7: [p. 129 modifica]«At quibus id in angulo est, potest adhiberi curatio, cum eo ne (senza il tamen) ignotum sit esse difficilem.» E c. 16, dopo il mezzo: «Quia et rumpi facilius motu ventris potest, et non aeque magnis inflammationibus pars ea (venter), exposita est.» E c. 22: «Adurendus est tenuibus et acutis ferramentis quae ipsis venis infigantur, cum eo ne amplius quam has urant» (senza il tamen). E c. 27, circa il mezzo: «Sub quibus perveniri ad sanitatem potest, cum eo tamen quod non (nota il quod non in vece del ne, ch’è anche piú conforme alla frase italiana) ignoremus, orto cancro saepe affici stomachum» (l’edizione di cui mi servo non ha la virgola dopo orto cancro, quantunque abbondantissima nell’interpunzione). E lib. VIII, c. 10, sect. 7 ab initio: «Quibus periculis etiam magis id expositum quod juxta ipsos articulos ictum est.» In somma tutta la struttura della prosa di Celso è tale che, accostandosi infinitamente per la maniera, il giro, la costruzione, la frase, i modi e le parole alla italiana, dà a conoscere piú che forse qualunque altra prosa latina dei buoni secoli, anche a chi non lo sapesse per altra parte, che la lingua italiana deriva dalla latina. Onde non dubito che questa prosa non si accostasse ancora e non fosse presa in grandissima parte quanto al modo, e anche in qualche parte rispetto alle parole, dal volgare di Roma o latino.


*    Il Libellus de Arte dicendi, pubblicato sotto il nome di Celso da Sisto a Popma in Colonia nel 1569 e ristampato come rarissimo dal Fabricio in fondo alla Bibliotheca Latina, lo giudico un compendio o uno spoglio o un pezzo compendiato dell’opera di Celso sull’eloquenza, ch’era parte della grand’opera sulle arti di cui c’è rimasta la medicina. E raccolgo che sia di Celso dalla facile elequenza o piuttosto facilità elegante tutta propria di Celso, che si trova in vari luoghetti sparsi per tutto il brevissimo libricciuolo, misti a un rimanente confuso o inelegante e anche barbaro e inintelligibile: il che dimostra l’altra parte del mio giudizio, cioè che

[p. 130 modifica]questa non sia l’opera intera di Celso, come pare ch’abbia creduto il Fabricio l. IV, c. 8 fine, p. 506 fine; oltreché come vedo nel Tiraboschi, qui non si trova