Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura/4480

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[p. 413 modifica] anzi, p. XI, sospetta che sieno piú antiche di Crisippo e dello stesso Platone, benché le riconosca indubitatamente per imposture nelle note e per opera di un sofista nella prefazione: e il Visconti, Museo Pio-Clementino, t. III, p. 97, edizione milanese, nelle note all’imagine di Sesto Cheronese, filosofo del tempo degli Antonini, le fa pluribus seculis antiquiores (Orelli), di esso Sesto), possono ben servire a darci un’idea dell’antichissima prosa greca, a noi necessariamente sí poco nota; poiché quell’impostore, per mentir l’antichità, giudicò servirsi di un linguaggio di quella forma. Nei frammenti, sí morali e politici, e sí matematici e fisici, che portano il nome di Archita pitagorico (i quali io non so se sieno di Archita (Orelli, prefazione, pag. xi), né di quale Archita (ib., p. 672); ma in parecchi di loro credo veder caratteri e segni certi di molta antichità), l’arte dello esprimere i pensieri in prosa si vede non piú bambina; non però adulta; ma quasi ancora fanciulla: un aggirarsi, un confondersi spesso, uno stentare (un sudare in) a darsi ad intendere, a disporre e congiungere insieme gl’incisi e i periodi (2 aprile 1829).


*    Stentato, stentatamente ec. [p. 414 modifica]


*    Alla p. 4438. E che altro che una diascheuasi era quella onde o libri interi, o passi e frammenti d’autori greci, dal dialetto in che erano scritti originalmente, venivano ridotti al parlar greco comune, e talora anche a qualche altro dialetto? (Orelli, ib., t. II, p. 720, fine) cosa frequentissima. Cosí il moderno editore del libro περὶ τῆς τοῦ παντὸς φύσεως che porta il nome di Ocello lucano, Rudolph (Rudolphus), crede quel libro e dorica dialecto in communem conversum (Orelli, ib., p. 670, fine, p. 671, linea 9): e in fatti, che che sia dell’autenticità, certo assai sospetta, di quel libro (Orelli, ib., Niebuhr, Storia romana ec.), la quale il Rudolph si sforza di sostenere contro il Meiners (che la combatte in Geschichte der Wissenschaften in Griechenland und Rom), certo è che, mentre il libro si legge ora in lingua comune, se ne trovano appresso Stobeo (colla citazione del titolo di esso libro) alcuni passi in dialetto dorico (Libellus περὶ τῆς τοῦ παντὸς φύσιος etiamnum exstat integer: quanquam non Dorica dialecto qualis primum scriptus ab Ocello fuerat, ut ex fragmentis a Stobeo servatis perspicue apparet: sed a Grammatico aliquo ut facilius a lectoribus intelligeretur, in κοινὴν dialectum transfusus... Loca ex hoc Ocelli libro ap. Stob., Eclog. phys., p. 44-45 (libro 1, c. 24, ed. Canter.). Vide et p. 59. - Fabricius, Bibliotheca Graeca, t. I, p. 510 seg.) (2 aprile 1829). Cosí nei Florilegi di Stobeo, d’Antonio e di Massimo, e in questi ultimi due specialmente, molti frammenti di diversi autori sono mutati dall’ionico, o da altro de’ dialetti greci, nel dir comune (Orelli, ib., p. 729,