Pensieri e discorsi/L'èra nuova/III

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III.


In vero la scienza ha lavorato nel secolo che sta per morire! Intorno ai suoi principii l’uomo conquistava l’aria e domava la folgore. Un poeta esclamava allora:

E la pacifica filosofia ha fatto di tutto, e fa, per attenere quelle promesse. Non posso io certo enumerare le conquiste del secolo decimonono: accenno solo che la folgore, la quale suggerì nei primi tempi l’idea d’una mano invisibile e infinita che di tra le nuvole saettasse quaggiù, la folgore, veramente mansuefatta, reca da una parte all’altra della terra la parola umana, la fissa e la riproduce, e già porta, a gara col vapore d’acqua (la nuvola temporalesca asservita agli uomini, col suo carro di vapori e coi suoi cavalli d’elettricità) vertiginosamente per il globo la... infelicità umana. Forse è in queste parole — infelicità umana — la ragione della nota discordante nell’inno che la scienza meriterebbe, alla fine del secolo della sua più grande operosità? Perchè, anzi, l’inno non è cominciato ancora, e già nella folla circola la voce che vuol impedire che si cominci: come in un teatro. La voce è: La scienza ha fallito!

Ha fallito! In che? In questo che doveva essere illimitabile, e ha trovato il suo limite? In questo, insomma, per dirlo con le parole dello stesso grande poeta, che non ha potuto [p. 115 modifica]

 infrangere
anche alla morte il telo,
e della vita il nettare
libar con Giove in cielo?