Pensieri e giudizi/IV/XVI

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XVI.

maggio 1907.

Un’intesa fra i lavoratori del braccio e i lavoratori del cervello è più che mai necessaria in quest’ora bieca di abbiosciamento morale e volpeggiamento politico della nazione. La strana confusione delle idee, il tentennamento inaspettato di alcune coscienze diritte, il bizantineggiare ozioso e pernicioso dei partiti, il fermento di tante mal celate ambizioni, l’esempio stomachevole di tanti adattamenti e di tanti compromessi codardi, rendono indispensabili una cooperativa di epurazione e di rivendicazione morale.

Scenda la scienza dalla cattedra aristocratica, esca dalle accademie, smetta la toga e il cipiglio e si mescoli di quando in quando col popolo e dica al popolo la nuova parola, diradi la nebbia che ottenebra la coscienza dei lavoratori, diradichi gli sterpi che ingombrano il cammino. Bisogna finalmente persuadersi che la così detta questione sociale è sopra tutte questione morale.

Molto ha fatto il socialismo per il miglioramento economico degli operai; ma finchè l’anima popolare non sarà illuminata e purificata dalla conoscenza dei propri doveri, finchè il maledetto scirro clericale la stringerà fra le sue branche, e la scuola, la famiglia e direi quasi la vita civile saranno appestate dalla nera genia, ogni proposta di riforme sociali parrà un mettere il carro avanti i [p. 93 modifica]buoi; ogni tentativo di libertà e di giustizia s’infrangerà appiè dell’altare, dove il Papato e la Monarchia ci mettono in dito l’anello nuziale fra gli applausi di un volgo che ha più paura della libertà che del disonore.

Si faccia il fascio di tutte le bandiere, di tutte le forze intellettuali e morali del paese, si costringa il governo all’abolizione della legge per le guarentigie, all’applicazione severa di quella sulle corporazioni religiose, alla separazione dei due poteri, alla proclamazione dello stato laico. S’istituiscano università popolari, vi si chiamino ad insegnare uomini di animo libero, di provato sapere, di specchiati costumi, abbiano o non abbiano passaporti officiali, che per lo più non sono altro che specchietti d’allodola e belletto da prostituta. Abbia finalmente il popolo il suo paneficio morale.