Per il congresso d'Udine

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Vincenzo Monti

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Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta Poesie (Monti)


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PER IL CONGRESSO D’UDINE


Contenuto: Tra Francia amica ed Austria nemica si tratta su l’Isonzo delle tue sorti, Italia; e tu siedi muta, tremante; incerta se avrai libertà o schiavitù (1-11). Più vile che infelice: che tu non saresti oggi schiava, se non avessi mutato il nativo valore in ignavia, e preposti a Bruto, a Catone, a Scipione tiranni e sacerdoti (12-22). Ma que’ valorosi antichi al suono delle armi francesi alzano la testa, anelando vendetta: e l’avranno, che la fortuna d’Italia non è ancor spenta, se contro il fato avverso sta Bonaparte (23-33). Egli venne, Prometeo novello, a infondere del suo fuoco nella giovinetta repubblica cisalpina: che, tutta armata, disprezza i nemici, i quali non potranno recarle offesa, perché è invincibile chi non teme di morire (34-44). Se ciò sia vero, vel dicano e i Fabi e Coclite e i trecento Spartani, il valore de’ quali scalda il petto de’ Lombardi, che cadranno, ma non vinti, e susciteranno, colla loro morte, la vendetta, che abbatterà i troni (45-55). Allora avverrà il regno della fratellanza universale e della ragione, invano combattuta, perché protetta dal cielo (56-66). Tu, o magnanimo eroe, che chiudi in esile corpo il cuore d’un dio, di’ al tedesco oppressore che la giovinetta repubblica è forte come Alcide in culla (67-77). Molti le fanno oltraggio, ed ella non li cura, come leone che nella mattina si scuote di dosso con un crollo la rugiada notturna, ed alza, terrore delle selve, la fronte (78-88). Canzone, s’è ridestato l’onore italiano, ed è quindi ingiusta la fatta rampogna; e se i re t’accusano d’orgoglio, di’ che l’Italia li aspetta, a provarne le armi, sul Ticino (89-95). — Il 30 giugno del 1797 s’erano dati la posta ad Udine, per esser più vicini a Vienna, i rappresentanti della Francia vittoriosa e dell’Austria per trattare delle condizioni di pace, i primi patti della quale erano stati già stabiliti il 18 aprile a Leoben. Ma Napoleone non vi si recò che il 22 agosto, e il 27 prese stanza a Passeriano, nella villa dell’ultimo doge Manin. Le adunanze, che avvennero ora in città ora nella villa, andarono, fra proteste e minacce d’ogni parte, molto per le lunghe; fino a che nel 17 ottobre fu firmato il trattato di pace, ch’ebbe nome dal [p. 121 modifica]villaggio di Campoformio, posto tra Udine e la villa ove alloggiava il Bonaparte; il quale, per avere il Belgio e la Lombardia, cedé, com’è noto, all’Austria, oltre la Dalmazia, l’Istria e le Bocche di Cattaro, anche la Venezia, benché in una lettera del 19 settembre si fosse lasciata sfuggire la confessione «essere Venezia la città di tutta Italia maggiormente degna di libertà». Cfr. Franch., p. 277. — La presente canzone fu composta ne’ primi d’agosto del ’97 e subito pubblicata prima in Bologna per le stampe del Genio Democratico, poi in Milano da Carlo Cimatti. Il Giornale senza titolo, nel n. 4º (Agosto 1797) lodò senza riserve la canzone montiana, solo dolendosi che nelle varie edizioni di quella fosse stata tolta la seguente strofa, diretta, si capisce, contro il Gianni (Cfr. la nota al v. 190, c. I della Mascheroniana): «Talun me forse ai boschi di Libetra Cresciuto e all’onde dell’ascrèo lavacro Codardo estima, e nato alle ritorte. Ei non sa che compagno questa cetra Un pugnal serbo, ch’alla patria è sacro, In cui sta scritto: o libertade o morte. E con man salda e forte Ben tratterollo, se la patria oppressa Avrà tiranno nel suo sen venduto. La luce che mi scalda è quella stessa Che la fronte scaldò di Cassio e Bruto». Cfr. Vicchi, VIII, p. 214. — Il metro è la canzone petrarchesca, divisa a strofe, composte ciascuna d’un egual numero di versi (per lo piú endecasillabi e settenari, non di là dei venti), egualmente disposti e rimati, benché le rime debbano essere, com’è facile intendere, da strofa a strofa diverse. Ogni strofa poi sia divisibile in due periodi maggiori, che Dante (De Vulg. Eloq. II, 10) chiama fronte e sirima, congiunti insieme per mezzo d’una rima baciata, e suddivisibili ciascuno in due periodi minori, che Dante (op. cit. II, 11) chiama piedi e volte. La prima suddivisione è obbligatoria; la seconda, no. Chiude la serie delle strofe un congedo, che per lo piú corrisponde, nella disposizione dei versi e delle rime, all’ultima parte della strofa. Nella canzone presente, la fronte (suddivisa in due parti) è formata da’ primi sei versi, cosí rimati: ABC, ABC: la sirima (non suddivisa in due parti) è formata dagli altri cinque versi, cosí rimati: cDEDE. Il congedo (per eccezione, che ha esempi) è strofetta a sé, composta di sette versi, con questa disposizione di rime: AbBCcDD. Per maggiori notizie cfr., chi vuole, Ferr., p. 63 e Sulle forme metriche italiane notizia di T. Casini: Firenze, Sansoni, 1884, p. 1 e segg.


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Agita in riva dell’Isonzo il fato1,
     Italia, le tue sorti; e taciturna
     Su te l’Europa il suo pensier raccoglie.2
     Stansi a fronte, ed il brando insanguinato
     5Ferocemente stendono sull’urna

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     Lamagna3 e Francia con opposte voglie;
     Ch’una a morte ti toglie,
     E dàrlati crudel l’altra procura4.
     Tu muta siedi; ad ogni scossa5 i rai
     10Tremando abbassi, e nella tua paura
     Se ceppi attendi o libertà non sai.
Oh, piú vil che infelice! oh de’ tuoi servi
     Serva derisa!6 Sí dimesso il volto
     Non porteresti e i piè dal ferro attriti7,
     15Se del natio vigor prostrati i nervi8
     Superba ignavia non t’avesse e il molto
     Fornicar co’ tiranni e co’ leviti:9
     Onorati mariti,10
     Che a Caton preponesti, a Bruto, a Scipio!11
     20Leggiadro cambio, accorto senno in vero!
     Colei che l’universo ebbe mancipio,
     Or salmeggia; e una mitria è il suo cimiero.
Di quei prodi le sante ombre frattanto
     Romor fanno e lamenti entro le tombe,
     25Che avaro piè sacerdotal calpesta;
     E al sonito dell’armi, al fiero canto
     De’ franchi mirmidóni12 e delle trombe,
     Sussurrando vendetta alzan la testa.
     E voi l’avrete, e presta,13
     30Magnanim’ombre. L’itala fortuna14
     Egra15 è si, ma non spenta. Empio sovrasta
     Il fato, e danni e tradimenti aduna:
     Ma contra il fato è Bonaparte; e basta.

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Prometeo nuovo16 ei venne, e nell’altera
     35Giovinetta virago17 cisalpina
     L’etereo fuoco infuse, anzi il suo spirto.
     Ed ella già calata ha la visiera18;
     E il ferro trae, gittando la vagina,
     Desïosa di lauro e non di mirto.19
     40Bieco la guata ed irto
     Piú d’un nemico; ma costei nol cura.
     Lasciate di sua morte, o re, la speme:
     Disperata virtú la fa secura.
     Né vincer puossi chi morir non teme.20
45Se vero io parlo, Crèmera vel dica,
     E di Coclite il ponte, e quel di Serse,
     E i trecento con Pluto a cenar spinti.21
     E noi lombardi petti, e noi nutrica
     Il valor che alle donne etrusche e perse22
      50Plorar23 fe’ l’ombre de’ mariti estinti.
     Morti sí, ma non vinti,
     Ma liberi cadremo, e armati, e tutti:
     Arme arme fremeran24 le sepolte ossa,
     Arme i figli, le spose, i monti, i flutti;

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     55E voi cadrete, o troni25, a quella scossa.
Cadrete; ed alzerà Natura alfine
     Quel dolce grido che nel cor si sente,
     Tutti abbracciando con amplesso eguale;
     E Ragion sulle vostre alte ruine
     60Pianterà colla destra onnipossente
     L’immobil suo triangolo26 immortale.
     Ira e fiamma non vale
     Incontro a lui di fulmini terreni27,
     E forza in van lo crolla ed impostura28:
     65Dio fra tuoni tranquillo e fra baleni
     Tienvi sopra il suo dito e l’assecura.
Tu, primo degli eroi, che su l’Isonzo,
     Men di te stesso che di noi pensoso,29
     Dei re combatti il perfido desio;
     70Tu, che, se tuona di Gradivo il bronzo,30
     Fra le stragi e le morti polveroso
     Mostri in fragile salma31 il cor d’un dio;
     All’ostinato e rio
     Tedesco or di’ che sul Tesin32 lasciata
     75Hai la donna dell’Alpi33 ancor fanciulla,
     Ma ch’ella in mezzo alle battaglie è nata
     E che novello Alcide è nella culla.34
Molti per via le fan villano oltraggio
     Ricchi infingardi, astuti cherci, ed altra


Varianti

[p. 120 modifica] [p. 121 modifica]N. B. Queste varianti sono state ricavate dall’Antologia repubblicana (Bologna, 1800), indicata con un A.; dall’Appendice alle 'Opere del cav. V. M. (Bologna, 1821-28), indic. con un B.; e dall’Appendice all’ediz. Le Monnier (Firenze, 1847), indicata con un L.

4. Stannosi a fronte., e il (A. L,). [p. 122 modifica]

15. Se del natio valor precisi i nervi (A. L.).

16. Superbia, ignavia (B.). [p. 123 modifica] [p. 124 modifica]67. Tu, magnanimo eroe, (A. L.).

75. Hai la vergine insubre ancor fanciulla (A. L.).

Note

  1. 1. Agita: scuote nella sua urna. Cfr. V. 5 e Orazio Od. III, i, 16 e Parini Od. X, 40. — Isonzo: fiume, che nasce dal monte Terglau nelle Alpi, circoscrive ad est la pianura del Friuli, in mezzo alla quale sorge Udine, e, dopo un corso di 130 ch., sbocca nel golfo di Trieste sopra Aquileia.
  2. 2. e taciturna ecc.: perché da Bonaparte dipendevano, si può dire, la pace e la guerra di tutta Europa.
  3. 6. Lamagna: Cfr. la nota al V. 624, p. 120.
  4. 7. Ch’una ecc.: che la Francia, cercando di sollevarti in libertà, ti toglie dalla schiavitú, morte morale delle nazioni.
  5. 9. ad ogni scossa dell’urna.
  6. 12. oh de’ tuoi servi ecc.: oh serva oggi di quelli che tu un tempo assoggettasti, e però serva derisa. Cfr., per un’idea consimile, Petrarca P. III, canz. iv, 42.
  7. 14. attriti: logorafi dalle catene della lunga schiavitú.
  8. 15. Se del natio ecc.: Leopardi Nelle nozze ecc., 44: «E di nervi di polpe Scemo il valor natio...».
  9. 16. e il molto ecc.: e l’esserti lasciata signoreggiare illecitamente per cosí tanto da tiranni e da sacerdoti. Il fornicare è metafora, in questo senso, biblica (Osea I, 2) e dantesca (Inf. xix, 108), di grande efficacia.
  10. 18. Onorati mariti: Parlare ironico, che sta in opposizione di concetto con fornicar.
  11. 19. Che ecc.: Catone rappresenta l’amore alla libertà e alle virtù civili (Cfr. Dante Purg. I, 71); Bruto, quello al vivere repubblicano; Scipione, quello alle armi, colle quali Roma giunse ad aver schiavo (mancipio: latinismo: cfr. Petrarca Trionfo della F. I, 25) il mondo.
  12. 27. «Mirmidóni erano i tessali, soldati fortissimi d’Achille. Chiama Mirmidoni i Francesi per adulazione al franco Achille, Bonaparte». Finz.
  13. 29. e presta: In fatti, per relazione a’ sentimenti qui espressi, può chiamarsi presta vendetta l’entrata in Roma dell’esercito francese, guidato dal Berthier, nel 15 febb. 1798, a istaurarvi un governo repubblicano.
  14. 30. L’itala fortuna ecc.: cfr. la nota al v. 73 del Congr. Cis. in Lione.
  15. 31. Egra: malata, affievolita (lat.).
  16. 34. Prometeo nuovo: Nella dedica al Bonaparte del I canto del Prometeo, stampato ne’ primi mesi del ’97 in Bologna da I. Marsigli, il M. aveva già istituito il paragone fra l’eroe antico e il moderno, ambedue abbattitori di despoti, in ciò solo diversi, che quegli fu perdente, questi vincitore. — nell’altera ecc.: nella repubblica cisalpina costituita il 12 giugno e proclamata solennemente in Milano, capitale, il 9 luglio del ’97.
  17. 35. virago: donna di sensi virili (lat.).
  18. 37. già calata ecc. Accenna al costituirsi delle milizie nazionali
  19. 39. Desiosa ecc.: desiderosa di trionfare combattendo, e di non vivere in mollezze. Il mirto era, com’è noto, caro a Venere.
  20. 44. Né vincer ecc.: è invincibile, perché valorosissimo, quegli a cui, per dirla col Petrarca, ’l morir non dole P. III, canz. I, v. 51.
  21. 45. Se vero ecc.: «Esplica e rafforza con esempi il concetto espresso nell’ultimo verso che antecede: Se sia vero che la vittoria finisce per arridere ai popoli che sanno costantemente preferire la morte alla schiavitú, ve lo dica la storia di Roma coll’eccidio dei Fabi [avvenuto nel 147 av. C. al flumicello Crèmera, presso Roma] e col valore di Orazio Coclite che sprezzando la morte da solo si oppose sul ponte all’esercito di Porsenna; e la storia di Grecia colla morte dei trecento compagni di Leonida alle Termopili, e colle vittorie per le quali apparve che inutilmente Serse avesse costruito il titanico ponte fra Sesto ed Abido a traghettare l’infinito esercito contro la piccola Grecia... Un po’ di rallentamento al subito legame delle idee è cagionato dal ricordo del ponte di Serse, perché non fu causa a qualche particolare atto di valore, come il ponte di Coclite a cui si lega, ma causa generica a mostrare il valore di tutta una guerra». Ferr. — a cenar spinti: È noto che Leonida, prima del sacrifizio di sé e de’ pochi rimasti, disse a’ compagni: «Stassera v’invito a cena da Plutone». Cfr. Erodoto, lib. VII e VIII ed Eschilo Pers. 355 e segg.
  22. 49. alle donne ecc.: per le uccisioni degli etruschi, fatte dai Fabi e da Coclite, e per quelle dei persiani, fatte, in piú volte, da’ greci. Petrarca P. III, canz. I, 94: «E vedrai nella morte de’ mariti Tutte vestite a brun le donne perse». Cfr. anche, con tutta questa strofa, i vv. 76-102 della stessa canzone, che ne sono, come chi dicesse, i prototipi.
  23. 50. Plorar: piangere.
  24. 53: fremeran: «Qui fremere è usato in senso attivo, e vale «Chiedere instantemente fremendo», ed è d’uso latino: Virgilio En. VII, 460: fremit arma iuventus, già trasportato dal Caro in italiano nella Traduz. e dal Tasso nella Gerus. lib. VIII, 71: «Arme! arme! freme il forsennato, e insieme La gioventú superba, arme! arme! freme». Ferr.
  25. 55. e troni: È detto d’ogni potere tirannico, in genere, che si fondi su la ineguaglianza sociale, come spiega piú chiaramente la strofa ventura.
  26. 61. triangolo: Io non credo che questo triangolo si debba intendere, come dubita il Ferr., per un simbolo massonico: 1º perché cosí il trionfo universale della Ragione si muterebbe in quello particolare d’una setta; 2º perché immaginare Dio che sostiene e protegge del suo dito un simbolo massonico, sarebbe, mi pare, un impiccolirlo fino quasi al ridicolo; 3º perche il possessivo suo indica cosa tutta propria della Ragione, e non mutevole col mutare de’ tempi e delle idee. Che è dunque o, meglio, che simboleggia? Io credo 11 sillogismo, che si compone, come ognun sa, di tre proposizioni e ch’è l’arma per essenza della quale la Ragione s’è valsa, si vale e si varrà per abbattere tutto ciò che posa sul falso. Cfr. la nota al v. 64.
  27. 63. di fulmini terreni: di guerre, fatto per mantenere gli ordinamenti antichi, e, in genere, d’ogni mezzo usato per conseguire il medesimo fine.
  28. 64. E forza ecc.: e forza cerca inutilmente di scuoterlo (crolla: cfr. Dante Purg. v, 14) per mezzo della violenza, o di falsificarlo per mezzo del sofisma. Ciò conferma l’interp. data nella nota al v. 61.
  29. 68. Men ecc.: Petrarca P. III, canz. ii, v. 101: «Pensoso piú d’altrui che di sé stesso».
  30. 70. di Gradivo il bronzo: il cannone. Cfr. Musog., v. 577.
  31. 72. in fragile salma: È noto che Napoleone era piccolo di statura, magro e pallido. Cfr. Musog. v. 595 e la nota al v. 199, p. 16.
  32. 71. Tesin: Ticino.
  33. 75. la donna dell’Alpi: la Cisalpina. Donna: qui, nel significato originale di signora. Cfr. la nota al v. 71, p. 6.
  34. 77. E che ecc.: e ch’essa, benché giovinetta, è forte come Alcide in culla, che strozzò i due serpenti mandati da Giunone a divorarlo. Anche il Parini, ma di sé stosso (son.: Io son nato in Parnaso): «Né l’età