Piccolo mondo moderno/Capitolo sesto. Vena di fonte alta/VI

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Capitolo sesto
Vena di fonte alta
VI

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VI.


La camera di Piero metteva sul largo andito centrale dell’albergo in faccia a quella di Jeanne. Accanto a Piero dormiva Bassanelli e le due camere erano divise da un semplice assito. Il geloso Bassanelli uscì dal salotto Dessalle, appena uscito Piero, volendo sapere dove questi dormisse e non piacendogli di domandarlo, nè a lui nè ad altri. Trattenuto un momento sull’angusta scala da una cameriera che scendeva, non vide in quale camera fosse entrato e finse di sbagliare, aperse più di un uscio prima del buono, e brontolata una scusa, entrò rumorosamente nella camera propria. Quell’appartarsi replicato di Piero e di Jeanne la mattina, e a pranzo un che d’inquieto, di febbrile negli occhi loro, certi sguardi scambiati, certe distrazioni dell’una e dell’altro, gli avevano ispirato amarissimi sospetti da vecchio conoscitore d’intrighi notturni. Era fermo di vegliare, di spiare, d’impedire.

Piero si buttò in un seggiolone davanti alla finestra aperta, alle stelle tremolanti là in faccia sopra un nero culmine di bosco, immaginando la cosa detta senza parole da labbro a labbro, sentita sull’orlo degli abissi di Rio Freddo, nello stesso [p. 392 modifica]sfuggirgli di Jeanne dalle braccia e poi nei suoi silenzi, nel turbamento del suo sguardo, quando lo incontrava, nelle strette di mano, nell’ultima, sopra tutto, così lunga, parlante. La cosa era fatale, forse; era diritto e volontà ineluttabile della natura. Il suo sangue acceso, pieno di violento impeto, si sottometteva la sua ragione, le faceva dire così. Intanto al pianterreno dell’albergo le voci andavano spegnendosi. La porta di strada fu chiusa, passi pesanti suonarono sulle scale di legno, poi sopra il suo capo. Finalmente la casa si addormentò. Piero spense la candela. Non senza rifiutare ascolto ai deboli richiami della coscienza, non senza un oscuro disprezzo di sè stesso, si stese a terra per vedere, prima di aprir l’uscio, se fra l’uscio e il pavimento entrasse lume, se la lampada a petrolio del corridoio ardesse ancora. Era spenta. Si rialzò palpitando. A misura che si preparava così, l’idea che Jeanne vegliasse, che immaginasse, che stesse in ascolto palpitando come lui, lo guadagnava sempre più. Nell’alzarsi da terra fece scricchiolar lievemente l’impiantito. Tosto udì rumore nella camera di Bassanelli. Ascoltò trattenendo il respiro; Bassanelli si era messo a camminare su e giù, dall’uscio alla finestra, senza riguardi. Alla fine si chetò. Quando Piero, dopo avere lungamente aspettato, si mosse ancora, quegli ricominciò il [p. 393 modifica]passeggio, si fece ad aprire il suo uscio, a camminare anche nell’andito. Piero sapeva della sua passione per Jeanne e non dubitò di una intenzione gelosa, di un avvertimento diretto a lui. Si buttò a giacere sul letto e, benchè avesse cura di non muoversi affatto, Bassanelli continuò a dare segni, di tempo in tempo, della sua insonnia.

Fra il tocco e le due, Piero si lasciò prendere da un sopor lieve, da un’ombra di sogno. Gli parve che venisse lei, che toccasse il suo uscio con un dito e scese affannoso dal letto per aprirle, per dirle che Bassanelli spiava. Appena ebbe i piedi a terra dubitò di aver sognato.

Ecco invece due colpettini secchi all’uscio. Trasalì, aperse pian piano senza domandare chi fosse. Vide il padrone dell’albergo, vestito a metà, con un lume in una mano e una lettera nell’altra. Trasognato, tardò molto a capire che la lettera era per lui, che l’aveva portata un vetturino, il quale gli faceva dire di esser pronto a scendere, se il signore lo desiderasse, anche subito.

Lesse, spalancando gli occhi, il brevissimo scritto, rimase interdetto, immobile. L’altro attese un poco e poi gli domandò se avesse ordini. Piero si scosse, rispose che ci avrebbe pensato, che intanto il vetturale aspettasse; e si fece accendere il lume. [p. 394 modifica]Uscito l’albergatore, rilesse. Scriveva la marchesa, così:


Domenica ore 7 p.

Carissimo Piero,

Il direttore telegrafa a papà: — Condizioni fisiche aggravate. Ora, perfettamente lucida, chiede vedere genitori, marito, don Giuseppe Flores — Noi partiamo subito. Don Giuseppe ci raggiungerà questa notte.

Prega!

La Mamma


Piero si strinse i pugni sugli occhi, tanto forte che le braccia gli tremarono. Dopo due minuti scostò e alzò lentamente i pugni, fissando il lume, ansando. Poi, come per uno scatto improvviso di volontà raccolse le sue robe a precipizio, a precipizio discese, chiamò il vetturale, commise all’albergatore di scusarlo presso i signori Dessalle, dicendo che un richiamo dalla città lo aveva costretto a partire così. E saltò nella carrozzella pronta davanti alla porta dell’albergo.

Giù giù nelle tenebre, al trotto di una brenna, sopra un biroccino sconquassato, accanto a un [p. 395 modifica]compagno muto; spariscono in alto per sempre i boschi, i pascoli con i sentieri, le macchie e le fontane che tanto sanno, sparisce Picco Astore; giù, giù sotto le stelle pure, per una costa ignuda, per nere strette di capanne; sparisce in alto, per sempre, la casa dove dorme Jeanne, inconsapevole; giù, giù, al trotto stanco della brenna, per un fitto di faggi addormentati, per avanguardie di radi abeti veglianti, per orli curvi di baratri; giù, giù, da destra a sinistra e da sinistra a destra, con l’orrore di aver cupidamente pensato al tradimento mentre la poveretta fedele lo chiamava al suo letto, con il senso di una potenza oscura che lui cieco fosse andata lentamente avvolgendo nelle sue fila e ora lo afferrasse violenta, con l’amaro ineffabile di quella vana parola: prega; giù, giù, dal vento freddo delle alture nell’aria sempre più afosa, con la visione di tutta la triste sua vita, della lugubre meta; giù, giù, da sinistra a destra, da destra a sinistra, senza fine, al trotto stanco della brenna, col biroccino sconquassato, accanto al compagno muto; giù, giù, sino al fondo, al suono di ombrose correnti, a una prima sosta.

Quante ora ancora?

Sei ore.