Poema paradisiaco/Hortulus Animae/O rus!

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Hortulus Animae

O rus!

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Sotto il ciel iacintino i paschi irrigui
che il sol traversa di sue lunghe bande
mentre ai limiti cerula si spande
l’ombra che tiene i gran boschi contigui;
 
5e i latifondi ove la zolla grassa
riluce a specchio sotto la tagliente
vanga o rosseggia franta dal bidente
seguace dietro il vomere che passa;
 
e i frutteti ove tarda maturando
10la sorba s’empie d’un pastoso miele
e rubiconde piombano le mele
giù dal ramo gravato, a quando a quando;
 
e i casolari sparsi, i bianchi fumi
sparsi - dentro, la pentola che bolle:
15canta la nuora su le sue cipolle
e la suocera sceglie i suoi legumi - ;
 
e le vie chiare andanti tra due fossi
ove a la luna gracidò la rana
estiva ed or la pigra acqua piovana
20rispecchia i salci in fila e gialli e rossi;
 
e la ripa di pioppi mormorante
ove fischia col merlo a la prim’alba
il fanciul che v’abbevera la falba
e bianca maculata ruminante;
 
25e la montagna al fondo, nel cui grembo,
come il bracco se torna da la caccia
stanco, il nugolo bigio s’accovaccia
cheto aspettando il sibilo del nembo;
 
e l’aria che s’indora e si colora,
30fumigando le glebe umide sotto
la forza; e l’aria sana che del ghiotto
fungo e del timo e del ginepro odora;
 
o antico Autunno, in qual mai tempo e dove
m’erano queste cose godimento
35sommo? in qual tempo, dove, se a me intento
queste cose oggi paiono sì nuove?
 
Non cerca oggi il mio spirito l’occulto
simbolo al suo dolor laborioso,
ma attonito si placa in un riposo
40profondo, quasi in un divino indulto.
 
Datemi i frutti succulenti, i buoni
frutti de la mia terra, ch’io li morda.
Ah forsennato chi non si ricorda
di te, Madre, e de’ tuoi semplici doni!
 
45Datemi il fresco latte, ch’io lo beva
a larghi sorsi. Per le vene irriguo
mi scenda come allor che ne l’esiguo
petto al roseo pargolo scendeva
 
da l’adusta nutrice; ed io ne senta
50fluire tutta in sino al cor profonda
la freschezza aromale. Qual più abonda,
il timo in questi pascoli o la menta?
 
Non tanto a la stagion del miele odora
forse ne l’arnia il favo quanto, appena
55munto, il latte che schiuma ne la piena
tazza dove la bocca lo disfiora.
 
Scroscia il getto vivace da la gonfia
mamma premuta con vigore esperto.
S’arresta come attonita e con erto
60il collo occhieggia la gallina tronfia
 
che razzolava nel recente fimo.
Placida la mammifera premuta
volge le froge a quando a quando; e fiuta
sentendo la sua menta ed il suo timo.