Poemetti e poesie varie (Carlo Gastone Della Torre)/Poesie varie/V. Per la coronazione in Campidoglio di Corilla Olimpica

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V. Per la coronazione in Campidoglio di Corilla Olimpica

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V. Per la coronazione in Campidoglio di Corilla Olimpica
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PER LA CORONAZIONE IN CAMPIDOGLIO

di corilla olimpica.

     O d’animosi numeri
arbitra lira e madre,
per cui di morte vinsero
l’ombre tacenti ed adre,
5al tocco audace del teban cantor,
     quei che nel caldo stadio
d’ulivo il crin cerchiâro,
poiché radendo celeri
la meta ardua schifâro,
10delle stridule ruote alto terror;

     dono immortal gratissimo
del saettante Apollo
e delle caste aonidi,
cui su l’eburneo collo
15vengon le chiome in negri cirri e van;
     lascia che al lauro io tolgati,
di zeffiri soggiorno,
che l’ali appena scuotono
timide a te d’intorno
20per la memoria dell’antica man.

     Donna, che tutte scorrere
sa con maestre dita
tue corde d’oro, e liquida
voce al bel suon marita,
25e i sensi di dolcezza ebri ne fa
     ornar vogl’io d’altisona
laude febea, che vole
oltre l’Atlante e il Caucaso,
oltre il cammin del sole,
30lunga domando obliviosa etá.

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     Altro sudore e fremito
di grave alta tenzone,
e ruote e fier cornipedi
in faticoso agone
35su l’aurea lira risuonar farò:
     e meco fia l’armonico
cigno che in sen giá venne
a riposar di Socrate,
e d’immortali penne
40moltissimo candore indi spiegò.

     A poche alme, cui furono
gli dèi cortesi e il fato,
non sotto il peso gemere
di nostre spoglie è dato,
45e lieve e schietta umanitá vestir:
     quinci per gli atti ingenui
e le parole altere
tanta da lor tralucere
suol delle patrie sfere
50virtú possente i cori altrui rapir.

     L’alme lá su da fervide
ruote son tratte in giro:
ma color vario ed indole
i duo destrier sortîro,
55che il desioso carro alzano a vol.
     Col primo invan combattono
nevi di balze alpine:
belle ha le membra, e spandono
le nari ampie aquiline
60fiamma, e batte la grave unghia sul suol.

     Il collo arduo circondano
magnanimi nitriti,
e basta sol che a vincere
l’erta del ciel l’inviti
65dell’animosa sferza il rotto suon;

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     di gloria e d’onor cupido
alza la fronte, in cui
due grandi occhi nereggiano
e fede fan che a lui
furie, frodi e malizie ignote son.

     Ma torto l’altro e vario,
e piú di pece nero,
e le pupille cerule
tinto di sangue, e fero
il simo volto, e la cervice umil
     del carrettier che infrenalo
sordo alla disciplina,
voce a pena ode o stimolo
e al precipizio inchina,
ed ha virtude e i piacer casti a vil.

     Che se tra via nol reggono,
o se d’eteree biade
gli aurighi assai nol pascono,
calcitra, incespa e cade,
e tragge il carro e il buon compagno in giú.
     Oh qual sovrasta all’anime
certame aspro e fatica,
quando l’un carro aligero
sugli altri urta e s’abbica
dove il dorso del ciel sublime è piú!

     Tutte lo sguardo intendono
oltre i confin del cielo;
che pur vorriano spingersi
lá ’ve senz’ombra e velo
fa di sé mostra l’immutabil ver.
     Tal region ne’ carmini
di vate alcun non vive,
e in sacra notte avvolgersi
gode Platon, se scrive
con penna tinta nel divin pensier.

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     Ma seco la vertigine
del ciel rapisce a tondo
carri e cavalli, e scendono
precipitando al fondo,
105ove del bello oblivion si sta.
     Quanto, in sí gran pericolo,
alma è colei ben nata,
che spande l’ali impavida
e in cocchio aureo librata
110le tracce degli dèi seguendo va!

     Nuovo vigor può traere
dal contemplato vero
e l’affannoso compiere
volubile sentiero,
115lietissima tornando ond’ella uscÌ.
     Ma del corsier per vizio,
o dell’incauto auriga,
dansi di cozzo e frangonsi
l’ali all’aerea biga
120e all’alma che di loro insuperbÌ.

     Come, spirando il fulmine
dal petto arso e dal crine,
piombò Fetonte, e n’ebbero
le ninfe eridanine
125spavento nelle grotte umide e duol;
     cosÌ dall’alto cadono
l’alme, e dolenti vanno
d’oscuro umano carcere
a tollerar l’affanno
130sull’ampia faccia del dedaleo suol.

     Ma varia legge all’anime
brulle dell’auree piume
in bronzo con man ferrea,
non evitabil nume,
135volle Adrastea severa alto segnar.

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     Quelle che il ver giá furono
a scorGer atte in parte,
sofi del bello cupidi
o della music’arte,
140o sacri amanti godono informar.

     L’altre che men ne videro
nel violento corso
e che piÙ lunga bebbero
per vizio o caso occorso
145delle celesti cose oblivion,
     o giusti regi, o impavidi
condottier d’armi, o gravi
moderator di libere
genti o di merci e navi,
150o saggi padri di famiglia son;

     or nelle membra sudano
di muscoloso atleta,
o, d’erbe e fonti mediche
ministre, aman la cheta
155della placida laso arte seguir;
     or l’indovino inspirano
e il geronfanta oscuro
or buon testor di carmini,
o in legno, in pietra, in muro
160fan col l’opre natura anco arrossir.

     Animan altre un rustico
cultor di pingui glebe,
or un sofista garrulo
o un uom della viiL plebe,
165or tiranno da sezzo aspro e crudel.
     Cosí, divise in triplice
ordii!, tre volte l’alme,
in laccio aspro sospirano
sotto corporee salme,
170finché le sciolga della morte il gel.

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     Questo agitava Socrate
con Fedro aureo sermone,
e dal suo tempio, udendolo,
immemore aquilone
175dell’ampie procellose ali risté;
     mentre dell’arduo platano
quilio facean le fronde
d’Ilisso al roco gemito,
che con purissim’onde
180baciò de’ sofi ossequioso il piè.

     Donna immortal, tu penetri
chiuso in profondi detti
il ver che in mezzo a taciti
pensosi ermi boschetti
185Plato cercar dell’Accademia usò.
     Tu, col furor che t’agita,
fede al buon greco acquisti;
tutta ne’ pronti numeri
tu l’armonia rapisti,
190onde il samio le sfere insiem temprò.

     Solo chi sa l’etereo
bel richiamarsi a mente
l’ali giá infrante e lacere
ripullular si sente
195e d’amabile insania il petto ha pien.
     Dono, di cui concedere
Febo non può migliore,
si è quel ch’udiasi rompere
fatidico furore
200a’ prischi vati dall’anelo sen.

     Le dodonee ne furono
ilici un giorno piene,
ed alto ne sonarono
gli antri e l’euboiche arene,
205presso la selva orribile infernal.

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Vider sovente i popoli
da furibondo vate
con novel culto e vittime
l’ire del ciel placate
210e rotto a Libitina il fiero stral.

     Quando il covante insidie
nel cavo fianco e morte
dono fatal di Pallade
su le dardanie porte
215stette e insiem le percosse armi sonâr,
     non tacque giá di Priamo
la profetante prole;
ma le non mai dal misero
credute a lei parole
220portossi il vento di Sigeo nel mar.

     Che se, per arte o studio,
crede talun la fronte
cinger di lauro e spegnere
la dotta sete al fonte
225che del destrier la solid’unghia aprí,
     lo spera invan, se volgere
le placide pupille
non si degnò Melpomene,
quando ei nascendo aprille
230a ber la luce del purpureo dí.

     Te certo alle poetiche
soglie guidar le muse,
e Febo nella tenera
intatta alma t’infuse
235l’inquieto eccitante estro divin.
     Segui; e non sol nell’arcade
armonica foresta,
ma in ciel dal gran Saturnio
ti fia corona intesta
240qual d’Arianna fiammeggiò sul crin.