Poemi conviviali/I vecchi di Ceo/I I due atleti

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
I vecchi di Ceo

I due atleti

../ ../II L'inno eterno IncludiIntestazione 28 agosto 2011 100% Poesie

I vecchi di Ceo I vecchi di Ceo - II L'inno eterno


[p. 161 modifica]

I


i due atleti



     Nella rocciosa Euxantide, sul monte
tra la splendida Iulide e l’antica
sacra Carthaia, cauto errava in cerca
non so se d’erbe contro un male insonne
o di fiori per florido banchetto,
Panthide atleta: atleta già, ma ora
medico, di salubri erbe ministro.
E coglieva, più certo, erbe salubri,
chè il capo bianco non chiedea più fiori.
Partito già da Iulide pietrosa
era su l’alba. Or l’affocava il sole;
sì che saliva al vertice del monte
folto di quercie cui nel mezzo è l’ara
del Dio che manda all’arsa Ceo le pioggie
tra un bombir lieto. E giunse tra le quercie
sul ventilato vertice. E gli occorse
uno ascendente per la balza opposta.
E riconobbe un vecchio ospite, atleta
anch’esso: Lachon, che vedeasi in casa
molte corone, il secco appio dell’Istmo,
il Nemèo verde, non ormai già verde,
e l’alloro e l’olivo: altri germogli

[p. 162 modifica]

no; non di cari figli altra corona.
Ché solo egli era. E per la via selvaggia
coglieva anch’esso erbe salubri o fiori,
per morbo insonne o florido convito:
ma, più certo, salubri erbe, ché un cespo
svelgendo allora da un sassoso poggio,
le vecchie rughe egli facea più tante.


     Ora gli stette agli omeri Panthide,
non anco visto, immobile, col fascio
dei lunghi steli dietro il dorso; e l’altro
sentì che un’ombra gli pungea la nuca;
e si voltò celando la mannella
della sua messe. Ma con un sorriso
a lui mostrò la sua Panthide, e disse:
«Oh!» disse «vedo. Non è crespo aneto,
Lachon, per un convito; non è mirto;
né cumino né molle appio palustre...»
Erano cauli con, nel gambo, rosse
chiazze e con bianchi fiorellini, in cima.
E Lachon interruppe: «Ospite, il Tempo,
che viene scalzo, all’uno e all’altro è giunto,
della cicuta; come è patria legge:
chi non può bene, male in ceo non viva — »
Disse Panthide: «Ricordiamo il detto
dell’usignolo che di miele ha il canto,
dell’isolana ape canora: Il cielo
alto non si corrompe, non marcisce
l’acqua del mare... L’uomo oltre passare
non può vecchiezza e ritrovare il fiore
di gioventù. «Noi ritroviamo il fiore
della cicuta!» con un riso amaro
Lachon riprese, e poi soggiunse: «Un fascio

[p. 163 modifica]

coglierne, tutto in un sol dì, per vecchi,
ospite, è grave. Oh! non ha senno l’uomo!
Sin dalla lieta gioventù va colto,
un gambo al giorno, il fiore della morte!»