Prose della volgar lingua/Libro primo/XVII

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Primo libro – capitolo XVII

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- Io, messer Carlo, - riprese il Magnifico - lasciando da parte quello che di me avete detto, a che io rispondere non voglio, non vi niego già che egli non possa essere che messer Pietro vostro fratello, e degli altri, che fiorentini non sono, la lingua de’ nostri antichi scrittori con maggiore diligenza non seguano, e piú segnatamente con essa per aventura non scrivano di quello che scriviam noi; e voglio io ripormi tra gli altri, da’ quali voi, per vostra cortesia, tolto m’avete. Ma io non so se egli si debba per questo dire che il vostro scrivere in quella guisa piú sia da lodare che il nostro. Perciò che, come si vede chiaramente in ogni regione e in ogni popolo avenire, il parlare e le favelle non sempre durano in uno medesimo stato, anzi elle si vanno o poco o molto cangiando, sí come si cangia il vestire, il guerreggiare, e gli altri costumi e maniere del vivere, come che sia. Perché le scritture, sí come anco le veste e le arme, accostare si debbono e adagiare con l’uso de’ tempi, ne’ quali si scrive, con ciò sia cosa che esse dagli uomini, che vivono, hanno ad esser lette e intese, e non da quelli che son già passati. Era il nostro parlare negli antichi tempi rozzo e grosso e materiale, e molto piú oliva di contado che di città. Per la qual cosa Guido Cavalcanti, Farinata degli Uberti, Guittone, e molt’altri, le parole del loro secolo usando, lasciarono le rime loro piene di materiali e grosse voci altresí; perciò che e Blasmo e Placere e Meo e Deo dissero assai sovente, e Bellore e Fallore e Lucore e Amanza e Saccente e Coralmente, senza risguardo e senza considerazione alcuna avervi sopra, sí come quelli che ancora udite non aveano di piú vaghe. Né stette guari, che la lingua lasciò in gran parte la prima dura corteccia del pedal suo. Laonde Dante, e nella Vita Nuova e nel Convito e nelle Canzoni e nella Comedia sua, molto si vede mutato e differente da quelli primieri che io dico, e tra queste sue composizioni piú si vede lontano da loro in quelle alle quali egli pose mano piú attempato, che nelle altre; il che argomento è che secondo il mutamento della lingua si mutava egli, affine di poter piacere alle genti di quella stagione, nella quale esso scrivea. Furono pochi anni appresso il Boccaccio e il Petrarca, i quali, trovando medesimamente il parlare della patria loro altrettanto o piú ancora cangiato da quello che trovò Dante, cangiarono in parte altresí i loro componimenti. Ora vi dico, che sí come al Petrarca e al Boccaccio non sarebbe stato dicevole che eglino si fossero dati allo scrivere nella lingua di quegli antichi lasciando la loro, quantunque essi l’avessero e potuto e saputo fare, cosí né piú né meno pare che a noi si disconvenga, lasciando questa del nostro secolo, il metterci a comporre in quella del loro, ché si potrebbe dire, messer Carlo, che noi scriver volessimo a’ morti piú che a’ vivi. Le bocche acconcie a parlare ha la natura date agli uomini, affine che ciò sia loro de’ loro animi, che vedere compiutamente in altro specchio non si possono, segno e dimostramento; e questo parlare d’una maniera si sente nella Italia, e in Lamagna si vede essere d’un’altra, e cosí da questi diverso negli altri luoghi. Perché, sí come voi e io saremmo da riprendere, se noi a’ nostri figliuoli facessimo il tedesco linguaggio imprendere, piú tosto che il nostro, cosí medesimamente si potrebbe per aventura dire, che biasimo meritasse colui, il quale vuole innanzi con la lingua degli altri secoli scrivere, che con quella del suo -.