Prose della volgar lingua/Libro terzo/XXVII

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Terzo libro – capitolo XXVII

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Ma passisi a dire del verbo, nel quale la licenza de’ poeti e la libertà medesima della lingua v’hanno piú di malagevolezza portata, che mestier non fa a doverlovi in poche parole far chiaro. Il qual verbo, tutto che di quattro maniere si veda essere cosí nella nostra lingua come egli è nella latina, con ciò sia cosa che egli in alquante voci cosí termina come quello fa, ché Amare Valere Leggere Sentire da noi medesimamente si dice, non perciò usa sempre una medesima regola con esso lui. Anzi egli, in queste altre voci, due vocali solamente ha ne’ suoi fini, Ama Vale Legge Sente, dove il latino ne ha tre, come sapete. Di questo verbo, la primiera voce nessun mutamento fa, se non in quanto Seggo eziandio Seggio s’è detto alcuna volta da’ poeti, i quali da altre lingue piú tosto l’hanno cosí preso che dalla mia, e Leggo, Leggio; e Veggo, Veggio, traponendovi la I, e Deggio altresí, la qual voce dirittamente non Deggo ma Debbo si dice, e Vegno e Tegno, nelle quali Vengo e Tengo sono della Toscana. Levaronne i poeti alcuna volta, in contrario di quelli, la vocale che propriamente vi sta; quantunque ella, non come vocale, ma come consonante vi stia; e di Seguo fecero Sego, come fe’ il Petrarca. E tale volta ne levarono la consonante medesima, da cui piglia regola tutto il verbo; sí come fecero messer Piero dalle Vigne e Guittone nelle lor canzoni, i quali Creo e Veo, in vece di Credo e di Vedo dissero, e messer Semprebene da Bologna oltre a questi, che Crio, in vece di Credo, disse. Né solamente di questa voce, la vocale o la consonante che io dissi, ma ancora tutta intera l’ultima sillaba essi levarono in questo verbo, Vo’ in vece di Voglio dicendo; il che imitarono e fecero i prosatori altresí alcuna fiata. Vedo Siedo, non sono voci della Toscana. Nella prima voce poi del numero del piú, è da vedere che sempre vi s’aggiunga la I, quando ella da sé non vi sta. Ché non Amamo Valemo Leggemo, ma Amiamo Valiamo Leggiamo si dee dire. Semo e Avemo, che disse il Petrarca, non sono della lingua, come che Avemo eziandio nelle prose del Boccaccio si legga alcuna fiata, nelle quali si potrà dire che ella, non come natía, ma come straniera già naturata, v’abbia luogo. Quando poscia la I naturalmente vi sta, sí come sta ne’ verbi della quarta maniera, è di mestiero aggiugnervi la A in quella vece, perciò che Sentiamo e non Sentimo si dice.