Prosopopea di Pericle

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Vincenzo Monti

1891 P Indice:Poesie (Monti).djvu Odi Letteratura Intestazione 25 giugno 2017 75% Da definire

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Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta Poesie (Monti)


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PROSOPOPEA DI PERICLE


Contenuto: Io Pericle ritorno, dopo secoli di barbarie, a rivedere il cielo latino in quest’età di Pio VI (1-40), la quale superò in isplendore tutte le altre e per la quale riappaiono in luce le immagini di tanti greci eroi, e della mia Aspasia (41-88). La fama dell’età di Pio sorpasserà nella memoria de’ posteri quella dell’età di Pericle: eppure io diedi vigoroso impulso alle arti in Atene, suscitando così l’invidia di Sparta (89-124). Che valse? La Grecia fu assoggettata e le arti, dimentiche della mia patria, emigrarono in Roma (125-140), dove oggi sono vendicate degli oltraggi barbarici da Pio, che le ritorna nel primiero onore e che merita di vivere a lungo (tali i voti anche di me, pagano) nell’affetto dei popoli (141-156). — Il busto di Pericle, opera quasi certo di Fidia, fu disotterrato, il marzo del 1779, nella villa tiburtina di Caio Cassio e collocato, per opera del grande archeologo Ennio Quirino Visconti (1751-1818), in Vaticano presso il busto d’Aspasia, disotterrato anch’esso nel medesimo anno, ma poco prima, negli scavi di Civitavecchia. — L’ode presente, il tema della quale suggerì al poeta l’amico Visconti, fu composta nel ’79 e non nell’80 come affermano, errando, i più, e recitata in Arcadia, insieme col sonetto Bianca la veste (ed. Card. p. 144), il 23 agosto, celebrandosi dagli Arcadi i voti quinquennali in onore di Pio VI, uscito di recente da grave malattia. Cfr. la nota al v. 40 e Vicchi V, p. 303 e segg. Fu pubblicata subito insieme col sonetto cit. e cogli altri componimenti arcadici in «I voti quinquennali ecc. ecc.» (Roma, Salmonei), e ristampata, con correzioni notevoli, entro il ’79, in «Raccolta di opuscoli scientifici e letterari di ch. autori italiani ecc.» (Ferrara, Giuseppe Rinaldi). — Quest’ode, dopo che il M. l’ebbe corretta, fu (stampata tutta in una sola pagina) fatta porre dal Visconti, a titolo d’onore, in un quadretto dietro il busto di Pericle in Vaticano, donde poi venne tolta, circa un secolo dopo, tra il 1881 e l’82, perché «soverchiamente deperita». Cfr. Vicchi VI, p. 309. Fu illustrata da Giovanni Mestica nello scritto (da cui togliamo alcune delle varianti) La prima ode di V. M. in Roma: Nuora Antologia, fasc. 1 Settem. 1889. — Il metro è quello della canzonetta arcadica, che usarono il Savioli, il Frugoni e tanti altri e che non fu creduto indegno dell’altezza dell’ode dallo stesso Parini: ogni strofa è composta di quattro versi settenari, alternativamente sdruccioli liberi e piani rimati.


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Io de’ forti Cecropidi1
     Nell’inclita famiglia2
     D’Atene un dí non ultimo3
     4Splendor e maraviglia,
A riveder io Pericle4
     Ritorno il ciel latino,
     Trïonfator de’ barbari,5
     8Del tempo e del destino.
In grembo al suol di Catilo6
     (Funesta rimembranza!)
     Mi seppellí del Vandalo7
     12La rabbia e l’ignoranza.

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Ne ricercaro i posteri
     Gelosi8 il loco e l’orme,
     E il fato incerto piansero9
     16Di mie perdute forme.
Roma di me sollecita
     Se ’n dolse, e a’ figli sui
     Narrò l’infando eccidio
     20Ove ravvolto io fui.
Carca d’alto rammarico
     Se ’n dolse l’infelice10
     Del marmo freddo e ruvido
     24Bell’arte animatrice;
E d’Adriano e Cassio,11
     Sparsa le belle chiome,12
     Fra gl’insepolti ruderi
     28M’andò chiamando a nome.
Ma invan; che occulto13 e memore
     Del già sofferto scorno
     Temei novella ingiuria

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     32Ed ebbi orror del giorno;
Ed aspettai benefica
     Etade, in cui sicuro14
     Levar la fronte e l’etere
     36Fruir tranquillo e puro.
Al mio desir propizia
     L’età bramata uscío,
     E tu sul sacro Tevere15
     40La conducesti, o Pio16.
Per lei già l’altre caddero
     Men luminose e conte17,
     Perché di Pio non ebbero
     44l’augusto nome in fronte18.
Per lei di greco artefice
     Le belle opre felici
     Van del furor de’ secoli
     48E dell’obblio vittrici.

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Vedi dal suolo emergere
     Ancor parlanti e vive
     Di Perïandro e Antistene19
     52Le sculte forme argive:
Da rotte glebe incognite
     Qua mira uscir Biante20,
     Ed ostentar l’intrepido
     56Disprezzator sembiante;
Là sollevarsi d’Eschine21
     La testa ardita e balda,
     Che col rival Demostene
     60Alla tenzon si scalda.
Forse restar doveami
     Fra tanti io sol celato,
     E miglior tempo attendere
     64Dall’ordine del fato?
Io che d’età sí fulgida22
     Piú ch’altri assai son degno?
     Io della man di Fidia23
     68Lavoro e dell’ingegno?
Qui24 la fedele Aspasia,

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     Consorte a me diletta,
     Donna25 del cor di Pericle,
     72Al fianco suo m’aspetta.
Fra mille volti argolici26
     Dimessa ella qui siede,
     E par che afflitta lagnisi
     76Che il volto mio non vede.
Ma ben vedrallo: immemore
     Non son del prisco ardore:
     Amor lo desta, e serbalo
     80Dopo la tomba Amore.
Dunque a colei ritornano
     I fati ad accoppiarmi.
     Per cui di Samo e Carnia27
     84Ruppi l’orgoglio e l’armi?
Dunque spiranti e lucide
     Mi scorgerò dintorno
     Di tanti eroi le immagini
     88Che furo ellèni un giorno?
Tardi nepoti e secoli
     Che dopo Pio verrete,
     Quando lo sguardo attonito
     92Indietro volgerete28,
Oh come fia che ignobile
     Allor vi sembri e mesta
     La bella età di Pericle
     96Al paragon di questa!29
Eppur d’Atene i portici,
     I templi e l’ardue mura30
     Non mai piú belli apparvero

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     100Che quando io l’ebbi in cura.
Per me nitenti e morbidi
     Sotto la man de’ fabri31
     Volto e vigor prendevano
     104I massi informi e scabri:
Ubbidïente e docile
     Il bronzo ricevea
     I capei crespi e tremoli
     108Di qualche ninfa o dea.
Al cenno mio le parie
     Montagne32 i fianchi apriro,
     E dalle rotte viscere
     112Le gran colonne usciro.
Si lamentaro i tessali
     Alpestri gioghi33 anch’essi,
     Impoveriti e vedovi
     116Di pini e di cipressi.
Il fragor dell’incudini,
     De’ carri il cigolío,
     De’ marmi offesi34 il gemere
     120Per tutto allor s’udío.
Il cielo arrise: Industria
     Corse le vie d’Atene,
     E n’ebbe Sparta invidia
     124Dalle propinque arene.
Ma che giovò? Dimestici
     Della mia patria i numi,
     Di Roma alfin prescelsero
     128Gli altari ed i costumi35.
Grecia fu vinta36, e videsi

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     Di Grecia la ruina
     Render superba e splendida
     132La povertà latina.
Pianser deserte e squallide
     Allor le spiagge achive37,
     E le bell’arti corsero
     136Del Tebro su le rive.
Qui poser franche e libere
     Il fuggitivo piede,
     E accolte si compiacquero
     140Della cangiata sede.
Ed or fastose obbliano
     L’onta del goto orrore38,
     Or che il gran Pio le vendica
     144Del vilipeso onore39.
Vivi, o signor. Tardissimo
     Al mondo il ciel ti furi,
     E con l’amor de’ popoli
     148II viver tuo misuri40.
Spirto profan, dell’Erebo41
     All’ombre avvezzo io sono;
     Ma i voti miei non temono
     152La luce del tuo trono.
Anche del greco Elisio42
     Nel disprezzato regno
     V’è qualche illustre spirito,
     156Che d’adorarti è degno43.

Varianti

[p. 1 modifica] [p. 2 modifica]N. B. Queste varianti sono state ricavate dalla prima ediz., romana, indicata con un S.; dalla seconda, ferrarese, indic. con un R.; dalla terza, romana (Rime degli Arcadi, tom. XIV, Giunchi, 1781), indic. con un ’81; dalla quarta, senese (Versi, Pazzini, 1783), indic. con un ’83, e, in fine, dalla quinta, parmense, (Versi, Bodoni, 1787), indic. con un ’87.

1-4. Io degli eroi di Grecia Fra l’inclita famiglia D’Atene, ai prischi secoli, Splendore e maraviglia; (S.). Io degli Achei magnanimi Fra l’inclita famiglia Di Atene, (E.). Io degli Achei magnanimi Nell’inclita famiglia (’81).

5-8. Dai ciechi regni io Pericle Degli estinti ritorno l’ingenua luce amabile A riveder del giorno (S. R. ’81).

9-12. In seno alla recondita Campagna tiburtina Mi seppellí la barbara Vandalica ruina (S.) .... Con esecrando esempio.... Ladron l’ira, e lo scempio [p. 3 modifica](R.) ….. Con scellerato ardire Mi seppellir del Vandalo Ladron le stragi e l’ire (’81).

14-16. Gelosi il sito e l’orme, E paventar la perdita Delle scolpite forme (S. R. ’81). Delle perdute forme (’83, ’87).

18. Sen dolse, e ai figli sui (S. R. ’81).

21-24. Sen dolse la difficile Arte che ottien virtude Di dar setnbianza ed anima Al marmo freddo e rude (S. R.).

25-28. Questa strofa manca in S. ed R. — 26. Sparsa le greche chiome (’81, ’83 e ’87).

29-30. Ma invan; che occulto e memore De l’Unno infesto e truce (S.).

31. Temei piú grave ingiuria (R.). [p. 4 modifica]

32. E disprezzai la luce (S.).

34-36. Etade, in cui l’amica Dimenticar di Cassio Magnificenza antica (S.). Etade, in cui l’antico Piú non bramar di Cassio Genio dell’arti amico (R.) Etade, in cui securo (’81, ’83 e ’87).

38-39. La chiesta etade uscio, (S. R. ’81). E tu sul biondo Tevere (S. R. ’81, ’83 e ’87).

41. Per lei già l’altre scorrono (S.). Per lei già l’altre giacciono (R. ’81).

45. Perché di Pio non portano (S.). [p. 5 modifica]

60. La lingua irrita e scalda (S. R.).

62-64. Fra tanti io Solo ascoso, Ed un momento attendere Piú fausto e glorïoso? (S. R. ’81).

65-68. Io che cent’altri accendersi Farò di giusta invidia, Perché son opra e studio De lo scalpel di Fidia? (S. R. ’81). Travaglio e dell’ingegno?(’83 e ’87).

69. Qui la formosa Aspasia (S. R.). [p. 6 modifica]

71. Degna del cor di Pericle (S. R. ’81).

73. Fra cento volti argolici (S. R. ’81, ’83 e ’87).

74. Rimessa ella qui siede (S.).

77. Ma lo vedrà; ché immemore (S. R. ’81).

79. Ancor lo nutre, e serbalo (S.).

88. Che fûr Pelasgi un giorno? (S. R. ’81, ’83 e ’87). [p. 7 modifica]

96. In paragon di questa! (S. R. ’81, ’83 e ’87).

100. Che quando io gli ebbi in cura (R.).

101-102. Per me qua tersi e morbidi Sotto la man dei fabri (S. R. ’81).

105. Là ubbidïente e docile (S. R. ’81).

112. Le gran colonne offriro (S.).

122. Corse le vie di Atene (R.).

125. Ma che giovò? Dimentichi (S.). [p. 8 modifica]

136. Del Tebro in su le rive (S.).

147. E co’ l’amor dei popoli (’81).

149. Spirto profano e lurido (S. R. ’81, ’83 e ’87).

156. Che d’onorarti è degno (S.). di onorarti (R.).

Note

  1. 1. Io: Per figura di prosopopea (personificazione), chi parla è Pericle stesso. — Cecropidi: Ateniesi, detti cosí da Cecrope, fondatore leggendario della città. Venuto dall’Egitto nell’Attica (gr. akté: lido, sponda), sposò la figlia di Atteo, diede principio all’agricoltura e alle arti e stabilí il culto di Minerva. S|econdo la tradizione ateniese, Cecrope era autòctono (gr. autòs: stesso; chtòn paese), cioè nativo dell’Attica. Cfr. Apollodoro Bibl. III, 14.
  2. 2. famiglia: schiatta, stirpe. È il Cecropiae domus di Orazio (Od. IV, xii, 6).
  3. 3. non ultimo: primo. Figura d’attenuazione, o, come oggi dicono con parola greca, di litote. Frequentissima negli scrittori attici, è usata spesso anche da’ latini e qualche volta dagl’italiani. Cosí, p. es. Orazio (Od. I, xxix, 14) chiama Pitagora non sordidus auctor Naturae verique; e il Tasso (IV, 37) fa che Eustazio, parlando del fratello Goffredo, dica ad Armida: «Non è vile appo lui la grazia mia».
  4. 5. io Pericle: Riprende, con grande efficacia sintattica, l’io del primo verso. — Pericle: figlio di Xantippo, visse nel tempo del massimo splendore di Atene (470-430 av. C.), al quale egli tanto contribuí, da far che gli storici designassero col suo nome quell’età gloriosa. Fu di bellissimo corpo, di ingegno sottile, di eloquenza maravigliosa. Di re non gli mancò che il nome. Sposò, com’è noto, la famosa cortigiana Aspasia, figlia del milesio Assioco e amica di Socrate e di quanti sapienti e artisti vivevano allora in Atene, che potè grandemente su l’animo di lui, e gli consigliò, come sembra, le due guerre di Samo e del Peloponneso, la quale ultima (cui Tucidide narrò) si protrasse per ben 27 anni e fu causa principale della rovina d’Atene. Nato nel 499, morí della pestilenza scoppiata nell’Attica il 429 av. C.
  5. 7. Trïonfator ecc.: trionfatore de’ barbari, che, per rabbia e ignoranza (v. 12), atterrarono, ma non riuscirono a distruggere la mia immagine; del tempo, che non fu bastante a corroderla; del destino, che non valse a tenerla nascosta per sempre.
  6. 9. al suol di Catilo: al territorio di Tivoli, città che fu fondata da Catilo, Cora e Tiburte, figli di Anfiarao. e ch’ebbe nome dall’ultimo fratello. Cfr. Virgilio Eneid. VII, 670; Orazio Od. I. xviii, 2; Silio It. Pun. VIII, 364 e Feroniade c. I, 611.
  7. 11. del Vandalo: Fra i barbari settent. che invasero l’impero, i Vandali furono quelli che distrussero maggior numero di opere d’arte: onde la parola vandalismo. Qui è detto, com’è chiaro, per barbari in
  8. 14. Gelosi: solleciti. Firenzuola Disc. an. (ediz. Torrentino, 1552, p. 60): «Io conosco molto bene, che l’amor grande, che tu mi porti, ti fa geloso della mia salute».
  9. 15. E il fato ecc.: e si dolsero che la mia immagine si fosse perduta, incerti se stata distrutta o no.
  10. 22. l’infelice ecc.: la scoltura, che fu in grande decadimento nel medio evo. Nota la bella perifrasi.
  11. 25. E d’Adrïano ecc.: e fra le rovine (insepolti ruderi) delle ville ecc. — Adriano (n. in Roma nel 76 di C, successo nell’impero a Traiano l’11 febb. del 117, morto nel 138 a Baia) ebbe una splendida villa (detta Tiburtina) presso Tivoli. Cosí pure C. Cassio Longino, uno de’ principali congiurati contro Cesare, morto nella battaglia di Filippi (42 av. C), la villa del quale si chiamò Cassianum praedium.
  12. 26. Sparsa ecc.: Accusativo di relazione, o, come altri dice, alla greca, pel quale il participio o l’aggettivo, che andrebbo accordato col termine complementare indiretto (con le belle chiome sparse), s’accorda invece col soggetto della proposizione (bell’arte.... sparsa). Petrarca, Trionf. d’Am. II, 143: «Andromeda gli piacque in Etiopia, Vergine bruna i begli occhi e le chiome». Tasso XII, 23: «Vergine bianca il bel volto, e le gote Vermiglia, è quivi presso un drago avvinta». Caro En. I, 370: «Dolcemente afflitta II volto, e molle i begli occhi lucenti». Cfr. anche Petrarca P. II, son. 71; Manzoni Adel. Coro I, 20 e II, 1 ecc. ecc.
  13. 29. occulto: essendo, perché nascosto,
  14. 34. sicuro: senza timore dí soffrire ingiurie.
  15. 39. sul sacro Tevere: in Roma. Metonimia comunissima, per la quale, invece della città o nazione, si nominano il fiume o i fiumi ond’è bagnata. Petrarca P. III, canz. iv, 4: «Piacemi almen ch’e’ miei sospir sien quali Spera il Tevere e l’Arno E ’l Po...», cioè l’Italia.
  16. 40. Pio: Giov. Angelo Braschi, nato in Cesena il 27 dicem. del 1717, eletto cardinalo il 26 aprile del ’73 da Clem. XIV, e papa il 15 febb. del ’75 col nome di Pio VI. Opere maravigliose di lui, per le quali l’esaltarono i letterati d’allora innamorati dell’antichità, furono gli scavi, ch’egli fece compiere con vera munificenza di principe, per i quali vennero in luce molte scolture greche, specie busti di antichi personaggi (tutti descritti dal Visconti nel Museo Pio-Clementino e nell’Iconografia greca), e il prosciugamento delle paludi pontine. Cfr. la nota d’introd. alla Feron. Nel 1782 si recò a Vienna per distogliere Giuseppe II dalle premeditate riforme ecclesiastiche; ma invano, quantunque il Monti augurasse buon esito al viaggio del pontefice con Il Pellegrino Apostolico. Scoppiata la rivoluzione anche in Italia, pel trattato di Tolentino (19 febbr. 1797), fu costretto a cedere al Bonaparte le due legazioni di Bologna e di Ferrara; e nel 15 febbr. del ’98, quando l’esercito francese condotto dal Berthier entrò in Roma a instaurarvi un governo rivoluz., ad allontanarsi forzatamente dal suo stato. Nel 19 febbr. fu condotto dal commissario Haller, che non ebbe nessun riguardo né al grado né all’autorità di lui, a Siena e, nel 14 luglio dell’anno seguente, a Valenza, ove mori il 29 agosto. Cfr. Elogio storico della vita di P. VI (anonimo) Venezia, Fenzo, 1799 e Vicchi, VI, 82.
  17. 42. conte: note, famose.
  18. 44. Il Visconti in un componimento dí 23 Ottave sul Possesso di N. S. Pio VI ecc. (Roma, Gio. Zempel, 1775), «giunge ad anteporre la grandezza di Roma papale alla grandezza dell’antica; e in un posteriore sonetto, pur laudativo di quel pontefice, rivolgendosi al Tevere, conclude: «Ognun fa voti che s’ei grande e giusto Riconduce al tuo margo il secol d’oro, Regni ancor gli anni del felice Augusto». Mestica op. cit., p. 42. Cfr. le note
  19. 51. Perïandro: uno de’ sette sapienti. — Antistene: il fondatore della scuola dei Cinici (gr. kúon: cane, perché vivevano con disprezzo della civiltà e dei comodi della vita). Circa le sue dottrine cfr. Cicerone De Nat. D. I, 13.
  20. 54. Biante: un altro de’ sette sapienti, il quale è lodato d’«intrepido disprezzator sembiante» per il famoso detto che di lui ricorda Cicerone (Parad. I, 1): Omnia mea porto mecum.
  21. 57. Eschine: grande oratore ateniese, ma pessimo uomo (390 circa-315 av. C). che contro il concittadino Demostene (384 circa-322 av. C.), il massimo degli oratori antichi (cfr. Cicerone Orat. 29, 104), recitò due delle tre orazioni che di lui ci sono pervenute. Demostene rispose con l’orazione Per la corona, l’ultima e la migliore delle molte che scrisse, nella quale, contro l’avversario, partigiano di Filippo, si mostrò, com’era, amante della libertà della patria e degno della corona d’oro decretatagli da Ctesifonte.
  22. 65. età sí fulgida: «quella di Pio VI, durante la quale, come il M. cantò nella Bellezza dell’Univ. (v. 266), «al suol romano d’Augusto i tempi e di Leon tornarno». Cas.
  23. 67. Fidia: il massimo degli scultori antichi, nato di Carmide ateniese tra il 490 e il 480 av. C. Quando Pericle tenne la signoria d’Atene, egli sopraintese alla costruzione degli edifizi pubblici onde fu abbellita la città, specialmente del Partenone; pel qual tempio fece e fece fare tutte le sculture esterne, ma volle egli solo fabbricare la ricchissima statua di Minerva, ritta in piedi, che d’una mano teneva l’asta, dell’altra una statuetta della Vittoria. Altre moltissime statue fece d’altre divinità (famosa quella di Giove Olimpico), per le quali meritò d’essere salutato da Quintiliano (XII, 10) scultore degli dei.
  24. 69. Qui: in Roma o, piú precisamente,
  25. 71. Donna: signora. Petrarca, P. I, son. 150: «Ma io nol credo, né ’l conosco in vista Di quella dolce mia nemica e donna». Cfr. anche Dante Purg. VI, 23 ecc. ecc.
  26. 73. volti argolici: volti di personaggi greci.
  27. 83. Carnia: il Peloponneso, cosí detto dalla città di Carnion.
  28. 89. Tardi nepoti ecc.: Felicissimo passaggio, per cui il poeta scende naturalmente alle lodi del pontefice e insieme a una viva e splendida rappresentazione della vita artistica di Atene nell’età poriclea, ch’è certo la parte meglio riuscita dell’ode (vv. 97-124) e tale, quale ogni poeta potrebbe desiderare per sua.
  29. 93. ignobile ecc.: «Esagerazione della lode, che ne scema l’efficacia». Cas.
  30. 98. ardue mura: Espressione classica. Cfr. Virg. En. XII, 745;
  31. 102. fabri: artefici.
  32. 109. le parie montagne: le montagne di Paro, isola dell’arcipelago greco, celebre pel suo marmo bianco, che tra gli antichi fu in grandissimo uso e pregiato poco men del pentelico.
  33. 113. i tessali alpestri gioghi: i monti della Tessaglia, ricchissimi di legname, col quale si fabbricavano non solo le armature degli edífizi, ma anche le navi. Cfr. la nota al v. 1, Al Sig. di Montg.
  34. 119. offesi: incisi dagli scalpelli.
  35. 127. Di Roma ecc.: Dopo che la Grecia fu fatta provincia romana da L. Mummio, l’Acaico, console nel 146 av. C.
  36. 129. 'Grecia fu vinta ecc.: Ricorda manifestamento l’oraziano (Ep. I, ii, 157)
  37. 134. achive: greche.
  38. 142. L’onta ecc.: l’onta ricevuta dai barbari invasori.
  39. 144. Del vilipeso onore: del non essere stato, come avrebbero meritato, tenute in alcun onore.
  40. 145. Vivi, o signor ecc.: Mossa altamente lirica e che fa rammentare della chiusa di un’ode d’Orazío (I, ii, 4,5): Serus in coelum redeas, diuque Laetus intersis populo Quirini, e di alcuni degli ultimi versi delle Metamorfosi (XV, 868): Tarda sit illa dies et nostro serior aevo, Qua caput augustum, quem temperat, orbe relicto Accedat coelo faveatque praecantibus absens.
  41. 149. Erebo: (gr. érebos: oscurità) parte dei regni sotterranei, ove, secondo Virgilio (En. VI, 426 e segg.), stanno, in sedi separate, i bambini, i suicidi, i morti per amore e i valorosi in guerra. Era diverso dal Tartaro, luogo di tormento.
  42. 153. Elisio: La sede delle anime beate dopo morte, posta, secondo alcuni, nel centro della terra; secondo altri, di là dalle colonne d’Ercole; secondo altri ancora, altrove. Cfr. Virgilio En. VI, 637 e segg.
  43. 156. Osserva bene il Mestica (op. cit., p. 57): «Arcadiche mi sembrano assolutamente le due ultime strofe, senza le quali il componimento col grandioso concetto, desunto dalla seconda ode di Orazio ed espresso con fulminea rapidità, finirebbe assai meglio».