Questioni urgenti (d'Azeglio)/20

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A questo punto vien però naturale domandarsi, su che cosa spera la Corte di Roma?

Essa non può sperare in altro che nei cambiamenti possibili d’attori sulla scena d’Europa. Crede sè stessa immortale, e sa mortali gli uomini. Tanto più diviene urgente una pronta decisione.

Nella mia opinione questo fatto è culminante ora nella questione pratica; e senza dedurne qui tutte le conseguenze che ne derivano, mi contento di raccomandarla al serio esame di chi vi è interessato. Certi fatti non compiti diventano una pericolosa eredità.

La Francia si trova ora nella strana posizione di difendere a Roma uno stato di cose che ha solennemente condannato e disapprovato come ingiusto e quindi impossibile: di difenderlo contro i suoi amici, ed in favore di chi si dichiara suo nemico, e paga il lungo soccorso cercando di suscitarle di sottomano difficoltà e inimicizie.

Una simile situazione già a stento ha potuto mantenersi fino ad oggi; ma più innanzi giungerebbe presto all’assurdo ed al ridicolo. Per il Governo francese ciò equivale all’impossibile. Si persuada del resto che durerà l’ostinazione della Curia Romana, precisamente quanto durerà l’occupazione. Non s’esce da questo circolo vizioso se non spezzandolo: ed in ciò che è inevitabile, l’esitare non fa che accrescere le difficoltà!

È interesse dell’Italia come del Governo del Re, che [p. 61 modifica]il Papa e la sua Gerarchia godano della maggior sicurezza, e della più intera libertà, quando si sia allontanata la sua guardia francese. Sarà questa la migliore delle, risposte ad infinite calunnie.

Gl’Italiani non hanno dato tali prove di mancanza di senno da far credere possibile ch’essi chiudano gli occhi a ciò che in questa questione conviene, sia ai loro interessi, come al loro decoro.

Chi temesse intemperanza per parte del popolo di Roma avrebbe torto. I Romani hanno dato prove di tatto e d’intelligenza somma; essi comprendono la fatalità che pesa ancora in parte su loro, e non può dall’oggi al domani venir distrutta: essi faranno ogni sacrificio piuttosto che recar danno alla causa comune. Me ne rendo garante.

Anche nelle Romagne si diceva, ricordiamocene, che si sarebbe fatto strage de’ preti, e poi non fu torto un capello ad un solo.

Vorrà poi il Papa rimanere in Roma senza la tutela francese? Se non lo volesse, non potremmo certo costringervelo.

Ma credo che prima di lasciar Roma avrà a riflettervi seriamente. Non potrebbe forse tornarvi quando volesse; ed una restaurazione con armi straniere non troverebbe d’ora innanzi le vie così aperte come le trovò pel passato.

D’altronde il Papa lo sa meglio d’ognuno ch’egli non ha che temere dagli Italiani, purchè voglia esser buon Papa. Lo sa ch’Egli sarebbe amato come un padre e venerato come una divinità tutelare.

Non dia la Francia ascolto a chi gli dice: Voi lascereste il Papato in balía della rivoluzione: spaventi artefatti, il cui scopo non sfugge a nessuno. S’è veduto nelle elezioni se l’Italia sia la rivoluzione. Sarà questa forse nell’esercito, [p. 62 modifica]ammirabile per disciplina, quanto per valore? In quell’esercito che annovera ora nelle sue file i migliori capi di Garibaldi, fatti volontariamente ubbidienti alla legge comune?

La rivoluzione c’è in Italia; ma lo dirò io dove sta! Sta nella Curia Romana; che ne mantenne, e ne manterrà sempre il fomite finchè non si voglia aprir gli occhi, vedere la verità, ed applicare il rimedio dov’è il male, invece d’applicarlo ove non esiste.