Rime (Guittone d'Arezzo)/Magni baroni certo e regi quasi

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Magni baroni certo e regi quasi

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Guittone d'Arezzo - Rime (XIII secolo)
Magni baroni certo e regi quasi
Comune perta fa comun dolore Onne vogliosa d'omo infermitate


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XLVII

Esorta i Signori di Gallura a portar soccorso a Pisa.


     Magni baroni certo e regi quasi,
conte Ugulin, giùdici di Gallore,
grandezza d’ogni parte in voi e magna:
ciò che grasisce il mio di voi amore,
5e vol, non tanto sol giá che permagna,
ma che acresca in tutti orrati casi;
e, se vol di grandezza esta di fore,
più de l’enterïore,
ché nulla di poder è podestate,
10nulla de dignitate,
ver’che di bonitate
è sovragrande e d’onor tutto orrata.
Chi pò grande dir rege [reo], non bono?
chi parvo om magno bono?
15Tutti rei parvi son, tutti bon’magni:
chi grandezza d’onor vol coronata,
di grandezza di bon ess’acompagni.
     Grandezza di poder né pò né dia
se non di bonitá seco ha grandezza:
20grande di bonitá val per sé bene.
Vera[ce]mente in operar fortezza

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grandezza di poder omo convene:
ché degno è onne reo debele sia.
Boni tutti potenti esser vorrieno,
25mali stringendo in freno
e dando a bon’valor’valore ovrare:
unde sol quasi amare
dea bon potenza fare,
bonitá operar potendo in essa.
30Perché dat’è podere e perché vale?
che per valer, che vale?
Unde, non che valente ami podere,
ch’è animico, e lui ontalo adessa,
poi ni vole ni sa d’esso valere.
35 E voi, signori mii, potenza avete
grande molto, e tempo essa overando:
operi magno, in mister magno tanto,
vostro valor d’onor ver coronando.
Valore in parve core approva quanto?
40Unde quando, se non or, proverete?
Arbore quel che non frutta in estate,
fruttar quando sperate?
Signor’, vostr’auro a propio è paragone:
non so quando stagione
45ni cagion ni ragione
valenza e bontá vostra aggia in mostrare,
se no ora ben e promente mostra,
la citá madre vostra,
in periglio mortal posta, aiutando,
50cui spero aiutar deggia u amare
chi sua citá non ama aitar pugnando.
     De Dio iudicio e de catun scïente
e valor tutto e bonitá richere
amare amico om, quanto sé, deggia.
55Quant’amore in corpo om dea donque
nel quale a un seco congiunto veggia
vecino, amico, filio onne e parente,

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quale infermar non pòe, no esso e soi
vegnano ’nfermi in loi?
60Com’esser pò non infermi omo adesso
che infermar sent’esso
ch’ama quanto se stesso,
uno u plusor che siano, uver migliaia?
Esto corpo è, signori, il comun vostro,
65ov’e voi e onne vostro.
E non donque amerete amico tanto?
Uv’e bontá, non in amore apaia?
Quanto amico om, tanto bon, poco u manto.
     Infermat’è, signor mii, la sorbella
70madre vostra e dei vostri, e la migliore
donna de la provincia e regin’anco,
specchio nel mondo, ornamento e bellore.
Oh, come in pia[n]ger mai suo figlio è stanco,
vederla quasi adoventata ancella,
75di bellor tutto e d’onor dinudata,
di valor dimembrata,
soi cari figli in morte e in pregione,
d’onne consolazione
quasi in disperazione,
80e d’onni amico nuda e d’onni aiuto?
Tornata e povertá sua gran divizia,
la sua gioia tristizia,
onne bon mal, e giorno onne appiggiora,
unde mal tanto strani han compatuto:
85o non compaton figli, e d’ess’han cura?
     O signor mii, chi, che voi, ha potenza,
e chi aver dea piagenza
maggiormente che voi, essa sanare?
Nullo a poder voi pare,
90nullo pò contastare;
in voi è sol sanando e ucidendo,
e, sí come sanando è ’n voi podere,
esser vi de’a plagere

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per casi due: un, che, quant’om maggio,
95maggio esser dea bono, ben seguendo;
altro, voi pro più prod’è, e mal dannaggio.
     Tutto mondo, signor’, vi guarda, e sae
che ’l male e ’l ben restae
di vostra terra in voi, sí com’ho detto.
100Pensate adonque retto
quanto in tanto aspetto
men d’onor e onor esser voi pòe.
De tiranni e di regi assai trovate:
merzé, non v’assemprate
105a tiranni di lor terra struttori,
ma a Roman boni, in cui ver valor foe;
ed essi ver’di bon’son miradori.
     Onor, prode e piacer saccio ch’amate;
ma non onor stimate
110donar possa che bon, ni pro che onesto:
diritto e onor lesto,
dispregio a esso mésto,
dannaggio si pò mei’ che prode dire.
Piacer e gioi’ non mai onque conquista
115om bon d’opera trista:
onor, prode e piacer sol si procaccia
a piager d’essi a cui sòl bon plasire
in fare e dir che con vertù si piaccia.
     Due furo sempre e son in sallir scale,
120unde salse om e sale:
son este due malizia e bonitate.
Saglir per malvestate
so ch’ontoso pensate,
penoso mantener, ruinar leve;
125e quale infine son non ruinati,
nulla u par tornati.
Grandezza di bontá piena e d’onore
tenesi in gaudio e pace, e non in breve
ma perpetual reggela amore.

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130 Bene Pisani san, signor’, sentire:
sol pòn per voi guarire;
e se, di morte u’ son, lor vita date,
tutto certo crediate
che d’etate in etate
135ed essi e figli loro, e voi e vostri
terran refattor d’essi e salvatori.
Commodo esto, signori,
e voi e vostri fa perpetuale
amati, orrati e magni. Adonque mostri
140vostra gran scienza in ben cerner da male.