O leggiadretta man, ch’almo lavoro
D’ampia Veneta rete a me tessevi,
Stringermi forse infra i tuoi lacci d’oro
Più ch’io nol fossi or col bel don credevi?
Io mille volte il dì per te mi moro,
Donna; e tu il vedi in quei momenti brevi,
(Che non so se più sien pena o ristoro)
In cui cogli occhi tuoi mia fiamma bevi.
M’è caro il don; ma inutil era; io cinto
Son di te tutto in ogni tempo e loco,
E il sarò sì fin ch’io rimanga estinto.
Se in contraccambio il verseggiar mio fioco
Offrirti osassi, ei rimarria pur vinto;
Perchè al troppo ch’io sento, i’ direi poco.