Satire di Tito Petronio Arbitro/4

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Capitolo quarto - Villeggiatura ed avventure d'ogni specie

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Petronio Arbitro - Satire (I secolo)
Traduzione dal latino di Vincenzo Lancetti (1863)
Capitolo quarto - Villeggiatura ed avventure d'ogni specie
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CAPITOLO QUARTO

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villeggiatura, ed avventure d’ogni specie.



Il bisogno mi astrinse ad abbracciare il consiglio, e dar tregua allo sdegno. Onde caricato Gitone de' nostri fardelli, sortimmo di città, e andammo al Castel di Licurgo cavaliere romano. Siccome Ascilto era stato altre volte il suo mignone, così ci accolse egli graziosamente, e la comitiva che vi trovammo ci rese più allegro il divertimento. Eravi tra le altre la bellissima Trifena, che vi era giunta con Lica padron di una nave, e possessore di alcuni fondi in riva al mare.

I piaceri, che in quel giocondissimo luogo godemmo, seben Licurgo ci trattasse frugalmente, nessuna voce può esprimere. Basti il dire che Venere ci congiunse tutti in brevissimo tempo. A me piacque la bella Trifena, la qual di buon grado diè retta a’ miei voti: ma appena io venni agli abbracciamenti con lei, Lica adiratosi volle che i piaceri a lui di soppiatto rapiti io [p. 13 modifica]gli ricompensassi, atteso che era essa un’antica sua druda; e così si pose alacremente in assetto per rifarsi meco dei danni. Egli stavami intorno pien di lussuria, ma io perduto affatto nell'amor di Trifena, nessuna orecchia prestava a lui, il qual divenuto più ardente pel mio rifiuto, mi seguia dappertutto, sino a entrar la notte in camera mia, dove trovando schernite le sue preci, diè mano alla forza, cosicchè io alzai tanto le grida, che svegliata la famiglia, ed assistito da Licurgo, potei pur liberarmi dagli impeti di quello importuno.

Poi ch’egli s’avvide non esser comoda a’ suoi progetti la casa di Licurgo, tentò di persuadermi a passar nel suo albergo: e rifiutando io la proposizione, egli si valse dell’autorità di Trifena, la quale tanto più volentieri pregommi di acconsentire al desiderio di Lica; quanto più liberamente ella sperava di colà vivere. All'amor mio tenni dunque dietro; ma Licurgo, rinnovate con Ascilto le antiche pratiche, non volle che da lui si partisse; onde ci accordammo che egli con Licurgo si rimarrebbe, e noi andremmo con Lica; e fecimo patto che ognun di noi, offrendoglisi occasione avesse ad insaccar qualche cosa per poi giovarcene insieme.

Inesprimibile fu la gioia di Lica in veder accettato il suo progetto, e sì ne affrettò la partenza, che dato il buon giorno agli amici, il dì medesimo passammo a casa sua.

Con tanta accortezza Lica tutto dispose, che in viaggio egli sedeva al mio lato, e Trifena a quel di Gitone; e così avea egli ordinato, come colui che la di lei incostanza molto ben conoscea; nè s’ingannò, perchè ell'arse subitamente di quel fanciullo. Facil mi fu di accorgermene, e Lica stesso premurosamente me ne avvertì e convinse; perlocchè io con miglior garbo accolsi lui, che lietissimo ne fu, persuaso che per [p. 14 modifica]l’ingiuria fattami da quella bagascia sarebbemi nato disprezzo di lei, ed esso più di buon grado avrei soddisfatto.

Così passavan le cose in casa di Lica: Trifena era pazza dell’amor di Gitone; Gitone con ogni vigor suo la servia: e l’uno e l’altro erano disgutosi a’ miei occhi. Lica infrattanto bramoso di piacermi, meditava ogni dì nuovi allettamenti, cui Doride sua leggiadra consorte non men dava mano, e con tale squisitezza, che ben presto mi uscì del cuore Trifena. A cenno di occhi io feci conoscere a Doride l'amor mio, ed ella colla audacia de’ sguardi suoi mi assecondò in guisa, che questa muta eloquenza prevenendo l'espression della lingua furtivamente svelò la inclinazione, che sentivam l'un per l’altro nell’animo nostro.

La gelosia di Lica, già da me avvertita, era cagion del silenzio, e l’amor della moglie fece intendere a lei qual per me fosse la passione del marito. Quando potemmo liberamente parlarci, io le confessai ingenuamente la cosa, e le dissi quanto severamente lo avessi accolto; del canto suo l’accortissima donna mi avvisò che facea d’uopo esser destri; e così, giusta il consiglio di lei, per posseder da una parte m’adattai dall’altra.