Degli uffici (volgarizzamento anonimo): differenze tra le versioni

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Ma e sono ancora alcuni , i quali per lo
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studio delle loro cose familiari , e per odio •
di alcuni uomini , dicono che fanno loro
faccende , acciocché eglino non paiano di
fare ingiuria ad alcuno : i quali mancano
dell’uno modo dell’ ingiustizia , e incorrono
nell’altro. Imperocché essi abbandonano la
compagnia della vita ; perchè in colei nien-
te eglino conferiscono di studio, niente di
opera , e niente di facultà. Perché adun-
que, preposte due ragioni d'ingiustizia , noi
abbiamo aggiunto le cagioni dell’ una e del-
l’altra 5 e innanzi noi ordinammo quelle co-
se , nelle quali è contenuta la giustizia ; a-
gevolmente noi potremo giudicare che tem-
po sia di ciascuno ufficio, se già noi molto
non amiamo noi medesimi. Imperocché la
cura delle altrui cose è malagevole : benché
quel Cremete di Terenzio, nessuna cosa u-
mana stima da sé essere aliena. Ma nien- .
tedimeno perchè più noi pigliamo e cono-
sciamo quelle cose, le quali a noi accaggiono
prospere o avverse, che quelle le quali ad-
divengono agli altri ; le quali noi veggia-
mo , quasi interpostovi un lungo spazio ;
altrimenti noi giudicheremo di loro , che
dì noi. Per la qual cosa bene comandano
 
 
 
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coloro, i quali 'vietano che tu faccia alcuna
cosa , la quale tu dubiti se ella è giusta o
ingiusta : imperocché T equità per sé me-
 
 
 
Ma spesse volte accaggiono tempi, quando
quelle cose le quali massimamente paiono
essere degne del giusto uomo , e di colu
>1 quale noi chiamiamo uomo buono, sono
fatte contrarie: come è rendere il deposito
e fare la promessa. Le quali cose, perchè
esse si appartengono alla verità e alla fe-
de , negare alcuna volta e non osservare ,
si fa giusta cosa. Imperocché ei si confà
eh’ esse sieuo riferite a quelli fondamenti
della giustizia, i quali io posi nel princi-
pio : primamente eh’ ei non si nuoca ad al-
cuno ; dipoi che si serva all' utilità comune.
Quelle cose col tempo si mutano , e si muta
1' ufficio , e non è sempre il medesimo.
 
 
 
desima riluce; e il dubitare dimostra pen-
siero d’ingiuria.
 
 
 
 
 
 
CAPO XI.
 
 
 
T
 
 
 
Come P ufficio si muta , e non è sempre
il medesimo.
 
 
 
a
 
 
 
 
 
Mht
 
 
 
 
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£ può ancora accadere che alcuna pro-
messa c convegna sia disutil cosa a essere fat-
ta , o a colui a chi è stato promesso , o a
colui il quale ha promesso. Imperocché se
( com’è nelle favole ) Nettuno non avesse
fatto quello ch'egli aveva promesso a Teseo-,
Teseo non sarebbe stato privato del suo fi-
gliuolo Ippolito. Imperocché, come si scri-
ve, di tre desiderate dimande, questa era
la terza, che adirato, egli desiderò della
morte di Ippolito : la quale impetrata , egli
cascò in grandissimi pianti.
 
Adunque quelle promesse non debbono
essere osservate , le quali sieno disutili a
coloro a’ quali tu V hai promesse : nè an-
cora se a te esse più nuocono , ch’esse non
fanno prò a colui , al quale tu hai promes-
so. Contro all’ ufficio è, il maggior danno
essere anteposto al minore. Come se tu a-
vessi ordinato andare avvocato a un fatto
presente, e in questo mezzo il tuo figliuolo
avesse cominciato ammalare gravemente ,
non è contro all’ufficio non fare quello che
tu avevi ordinato. E più si partirebbe co-
lui dall’ufficio, al quale tu avevi promesso-,
se si dolesse essere stato lasciato. Or chi già
 
 
 
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non vede che in quelle promesse non si deb-
ba stare, le quali alcuno, costretto da pau-
ra , o ingannato con fraude , avrà promes-
so? le quali, molle sono liberate per la ra-
gione del pretore , e alcune per le leggi.
 
" C ^ ' ' «li iV(
 
CAPO XII.
 
Della malizia nell' intcrpeirarc la ragione.
 
Fannosi ancora spesso ingiurie per una
certa calunnia, e per la troppa scaltrita e
maliziosa interpetrazione della ragione : on-
de , somma ragione , somma ingiuria , è
fatto proverbio già molto trito. Nel qual
modo ancora nella repubblica si fanno molti
peccati. Come colui, il quale quando le trie-
gue erano fatte per trenta di , rubava la
notte i campi ; e diceva , che le triegue e-
rano fatte de’ dì, e non delle notti. E an*
cora non debbe essere lodato , se egli è ve-
ro , quel nostro Fabio Labeone , ovvero
qualche altro (imperocché io non ho altro
che l’udito ) il quale, dato dal senato arbi-
tro a’ Nolani e a’ Napoletani de’ contini dei
loro campi , quando veane al luogo ordì-
 
 
 
 
2$
 
nato , parlò separatamente coll' una parie e
1' altra : e questo era , eh’ eglino non vo-
lessino o fare o appetire alcuna cosa cupi-
damente; e che piuttosto volessino andare
a dietro , che ire innanzi. E quando co-
loro ebbono fatto questo, come costui aveva
detto , nel mezzo avanzò alquanto spazio di
terreno : e così egli terminò i confini di co-
storo , come essi avevano detto ; e quello
ch'era avanzalo in mezzo, giudicò che do-
vesse essere del popolo romano. Ma questo
è ingannare e non giudicare. Per la qual cosa
in ogni faccenda debbe essere fuggita tale
sottigliezza.
 
CAPO XIII.
 
Degli uffici verso gl' ingiuriatiti.
 
Sono ancora certi uffici i quali debbono
essere osservati inverso coloro , da' quali tu
avrai ricevuto T ingiuria. Imperocché e’ ci è
il modo del vendicare , e del punire. E non
so se egli è assai , che colui il quale ha in-
giuriato , si penta dell'ingiuria; acciocché
< sso da quinci innanzi non più faccia tal
cosa, e gli altri sieno all'ingiuria più tardi.
 
 
 
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29
 
E nella repubblica spezialmente debbono
essere conservate le ragioni della guerra.
Imperocché conciosiacosacchè ei sieno due
ragioni di combattere, l’una per deputa-
zione , e l’ altra per forza 5 e conciosiaco-
sacchè quella propriamente s’appartenga al-
l’ uomo , e questa alle bestie ; si debbe ri-
fuggire a questa di dopo, se non è lecito
usare quella di sopra.
 
Per la qual cosa le guerre debbono es-
sere prese per questa cagione , che senza
ingiuria si viva nella pace. Ma, acquistata
la vittoria, debbono essere conservati colo-
ro , i quali non furono crudeli nella guer-
ra , nè disumani : come gli antichi nostri
ancora nella città ricevettono i Tusculani,
gli Equi, i* Volsci , i Sabini, gli Eurici ;
ma Cartagine e Numanzia mandarono a ter-
ra insino a’ fondamenti. Io non vorrei che
eglino avessino fatto così di Corinto : ma
io credo che alcuni considerarono all’ op-
portunità del luogo ; acciocché esso luogo
non potesse qualche volta confortare a muo-
ver guerra. Ma a mio parere sempre si con-
siglierà alla pace ; la quale niente sia da do-
vere avere d’ inganno. Nella qual cosa se
 
 
 
 
3o
 
a me fosse stalo obbedito, se noi non aves-
simo ottima repubblica, almeno noi l’avrem-
mo qualcuna , la quale ora è niuna. E a
coloro ancora si debbe fare prò , i quali
'per forza tu hai vinto: e coloro debbono
essei’e ricevuti , i quali, poste giù Tarmi ,
fuggiranno alla fede degli imperadori; ben-
ché dall’ ariete sieno state percosse le loro
mura. Nella qual cosa tanto appresso agli
antichi nostri fu amata la giustizia , che co-
loro i quali nella fede avessino ricevute le
città e le nazioni , vinte per la guerra, fus-
sino difensori di quelle, secondo il costu-
me degli antichi.
 
E l’equità della guerra santissimamente
è ordinata , per la ragione feciale del popolo
romano. Dalla qual cosa può essere inteso,
che niuna guerra è giusta , se non è quella
che è fatta per le cose addimandate , o che
innanzi essa sia stata denunziata , e coman-
data. Pompilio imperadore teneva la provin-
cia , nell’esercito del quale campeggiò il fi-
gliuolo di Catone, nuovo soldato. Ma con-
ciosiacosacchò a Pompilio paresse licenziare
una legione, licenziò ancora il figliuolo di
Catone, il quale campeggiava in quella. Ma
 
3i
 
perchè per voglia del combattere colui ri-
mase nell’ esercito ; Catone scrisse a Pompi-
lio, che se pativa che colui rimanesse nel-
l’esercito, ch’egli l'obbligasse col secondo
sacramento; perchè, perduto il primo, egli
non poteva di ragione combattere col nimi-
co. Così era somma osservanza nel muovere
la guerra.
 
Di Marco Catone vecchio ci è una pistola
al figliuolo: nella quale egli scrive, che egli
ha udito come egli è stato licenziato dal con-
sole, conciosiacchèegli era soldato nella guer-
ra macedonica ; adunque egli Pammunisce,
ch’egli si guardi, che egli non pigli la zuf-
fa. Imperocché egli dice , che e’ non è di ra-
gione, che colui il quale non sia soldato com-
batta col nimico.
 
Quello ancora io considero, che colui il
quale nel proprio nome era perduelle , fusse
chiamato oste ; la leggerezza del vocabolo
mitigante la tristizia del fatto. Imperocché
appresso agli antichi nostri, oste era chia-
malo colui , il quale ora noi chiamiamo pe-
regrino. Questo dimostrano le dodici tavo-
le, ove era, il di ordinato coll'oste: e an-
cora , 1' eterna autorità inverso l' oste. Or
 
 
 
che può essere aggiunto a tanta mansuetudi-
ne , che colui col quale tu combatta , sia
chiamato con si piacevole nome? benché l’an-
tichità già ha fatto questo nome duro. Impe-
rocché e’ s’ è partito dal peregrino, ed è ri-
masto propriamente in colui , il quale con-
tra ci arreca l’ arme.
 
CAPO XIV.
 
Che le cagioni della guerra hanno a essere
giuste., e della Jede verso i nimici.
 
Ma quando e’ si combatte dell’imperio, e
per guerra è cercala la gloria , bisogna nien-
tedimeno che vi sieno le cagioni delle guer-
re, e quelle giuste 5 come poco innanzi io
dissi. Ma quelle guerre nelle quali è propo-
sta la gloria dell’ imperio, debbono essere
fatte meno acerbamente. Imperocché, come
quando noi contendiamo civilmente, altri-
menti noi contendiamo se egli è nimico, e
altrimenti se egli addimanda il medesimo che
noi: coll’uno è il combattimento dell’onore
e della dignità , coll’altro è del capo e della
fama. Co’ Celtiberi e Cimbri si faceva la
 
 
 
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33
 
guerra come con nimici; cioè chi rimanesse
vivo, e non chi signoreggiasse. Co’ Latini,
e Sanniti, con gli Affricani, con Pirro si
combatteva dell'imperio. Gli Affricani fu-
rono rompitori di fede - , Annibaie fu crude-
le ; tutti gli altri furono giusti. Di Pirro ci
è quella bella sentenza del rendere i prigio-
ni : A me io non addomando oro ; a me voi
non darete prezzo. Noi non facciamo merca-
tanzia della guerra , ma noi siamo combat-
tenti. Col ferro e non con oro combattiamo
Cuna parte e l' altra. Proviamo colla virtù
chi la fortuna padrona vuole che signoreg-
gi , o voi o io, e (juello che arrechi la sorte.
Alla virtù di chi la fortuna della guerra ha
perdonato , alla libertà di coloro a me è certa
cosa perdonare. Toglietevegli in dono , e dò-
vegli f, volenti i grandi Iddii. Questa sentenza
per certo fu di re , e degna della stirpe dei
discesi di Eaco.
 
E ancora se noi da ciascuni tempi condot-
ti, avremo promesso alcuna cosa a’ nimici,
in quello debbe essere conservata la fade.
Come nella prima guerra affricana, Regolo
preso da’ Cartaginesi , quando da loro ei fu
mandato a Roma per barattare i prigioni , e
 
 
 
34
 
aveva giurato di tornare , se ciò non si face-
va. Primamente come egli venne nel senato ,
giudicò che i prigioni non si dovcssino ren-
dere ; dipoi , conciosiacosaccbè egli fosse rite-
nuto da'suoi , e dagli amici , e da' propinqui,
più tosto volle tornare al tormento , che fal-
lire la fede data al nimico. E degli uffici della
guerra assai già si è detto.
 
capo xy.
 
Della giustizia verso gl'inferiori.
 
Ricordiamoci poi che la giustizia ancora
inverso gl’ infimi debbe essere osservata. Ma
la condizione e fortuna de' servi è infima.
I quali servi , coloro i quali comandano
ch’eglino sieno usati come mercenai al ri-
scuotere l’opéra , e al dare al loro affare cose
giuste , non male comandano. Ma conciosia-f
cosacchè in due modi si faccia l’ingiuria , cioè
colla fraude e colla violenza ; la fraude pare
quasi proprietà della volpe , e la violenza
del lione : l’una e l’altra è alienissima dal-
l’ uomo ; ma la fraude è degna di maggiore
odio. Ma d’ ogni ingiustizia nessuna è più
 
 
 
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capitale , che quella di coloro , i quali quando
massimamente ingannano, quello fanno che
essi paiono essere buoni. Assai si è detto della
giustizia.
 
CAPO XVI.
 
•A(| w *i.' i > Vi l . li i ( Jit <■' O J * *1)
 
Della Liberalità.
 
• * ; 1 1 , M ì ;
 
Di quinci, come si era proposto, dicasi
della beneficenza e liberalità ; della quale
niente è alla natura dell’uomo più accomo-
dato. Ma essa ha molte cautele. Imperocché
prima si debba vedere che la benignità non
nuoca , e a coloro medesimi a’quali parrà do-
vere essere fatto benignamente, e agli altri:
dipoi che la benignità non sia maggiore che
la facultà : la terza è che a ciascuno si dia se-
condo la dignità. Imperocché questo è il fon-
damento della giustizia ; alla quale debbono
essere riferite tutte queste cose. Imperocché
coloro i quaii nel gratificare nuocono a chi
eglino mostrano volere fare prò , non deb-
bono essere chiamati beneficatori e liberali,
ma dannosi assentatori : e coloro i quali
nuocono agli altri , acciocché inverso altri
essi sieno liberali , sono nella medesima in-
 
 
 
 
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giustizia , come se eglino la roba altrui con-
vertissino nella sua. Ma e sono molti cupidi
dello splendore e della gloria , i quali tolgono
a altri quello che a altri essi donino. A co-
storo pare essere beneficatori degli amici, se
coloro egli arricchiscono in qualunque mo-
do : ma questo tanto si discosta dall'uificio,
che all' ufficio niente possa essere più contra-
rio. Vuoisi adunque vedere che noi usiamo
quella liberalità , la quale faccia prò agli a-
mici , e non nuoca ad alcuno. Per la qual cosa
il trasferimento di Lucio Siila e di Caio Ce-
sare delle pecunie , da’ giusti padroni agli
alieni , non dehhe parere liberale; imperoc-
ché niente è liberale , che medesimamente
non sia giusto.
 
CAPO XVII.
 
Delle cause della seconda cautela.
 
L’ altra cautela era , che la benignità non
fosse maggiore che le facultà. Perchè coloro
i quali vogliono essere più benigni che non
patisce il fatto loro , primamente in questo
peccano , eh' essi fanno ingiuria a' prossimi.
 
 
 
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Imperocché costoro trasferiscono alle genti
aliene quella roba , la quale più ragionevol-
mente doveva essere in aiuto , e essere lascia-
ta a quegli prossimi. Ma in tale liberalità
molte volte è la cupidigia del rapire e dello
involare ; acciocché le abbondanze bastino
al donare. Ma egli è lecito che noi veggiamo
molti, i quali non tanto per natura liberali,
quanto indotti da una certa gloria , acciocché
essi paiano benefìcatori , fanno molte cose,
le quali paiono più venire da ostentazione
che da volontà. Ma tale simulazione è più
congiunta alla vanità , che alla liberalità o
onestà.
 
CAPO XVIII.
 
Che si debba osservare nella cautela.
 
La terza cosa fu proposta che nella be-
neficenza noi facessimo secondo la dignità.
Nella qual cosa i costumi di colui saranno
considerati, nel quale sia conferito il bene-
fìcio , e l'animo ancora inverso noi ; e an-
cora sarà considerata la comunione, e la
compagnia della vita con noi , e i beneficii
innanzi fatti inverso noi. Le quali cose, se
 
 
 
 
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tutte concorreranno , è cosa da desiderarla;
 
se non , le più cagioni e maggiori avranno
più di peso.
 
Ma e perchè si vive cogli uomini non per-
fetti e pienamente savi ; ma con coloro, nei
quali si fa qualche cosa egregiamente , se
pure che ivi sono l’effìgie della virtù ; que-
sto ancora io stimo che debba essere inteso,
che uessuno di coloro debba essere spregia-
to , nel quale apparisca qualche dimostra-
zione di virtù ; e massimamente se egli sarà
ornato di queste virtù leggiere, cioè della
modestia , e temperanza , e di quella me-
desima giustizia, della quale già sono state
dette molte cose. Imperocché l’animo forte
e grande molte volte è più fervente in un
uomo non perfetto nè savio : ma quelle vir-
tù paiono più tosto toccare il buon uomo.
E queste cose ne’ costumi sono considerate.
 
 
 
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CAPO XIX.
 
 
 
O:
 
 
 
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Della benevolenza e de' benejìcii per nostra
utilità dati 1 e che nella benijìcenza
si debba attendere accostumi.
 
Ma della benevolenza la quale alcuno ab-
bia inverso noi , quello prima è nell’ uffi-
cio, che a colui molto noi diamo, dal quale
molto noi siamo amati. Ma la benevolenza
noi giudicheremo npn come i giovanetti ,
con un certo ardore di amore , ma piutto-
sto con stabilità e costanza. Ma se i meriti
vi saranno , sicché la grazia sia da essere
renduta e non presa , maggiore cura debbe
essere aggiunta: perocché nessuno ufficio è
più necessario, che rendere la grazia. Chè
se , come dice Esiodo , tu debbi ( purché tu
possa ) rendere con maggiore misura quelle
cose , le quali tu hai ricevute per usare 5
or che dobbiamo noi fare , quando noi sia-
mo provocati del beneficio ? Or dobbiamo
noi fare come fanno i grassi campi , i quali
molto più rendono eh' essi non hanno ri-
cevuto? Imperocché se noi non dubitiamo
fare i beneficii inverso coloro , i quali noi
 
 
 
4o
 
speriamo doverci far prò ; or quali dobbia-
mo noi essere inverso coloro, i quali già a
noi hanno fatto prò ? Imperocché concio-
siacosaccbè due sieno le ragioni della libe-
ralità , luna del dare il beneficio, l'altra
del renderlo ; se noi diamo o no, è in no-
stra potestà ; ma il non renderlo , non é
lecito al buon uomo , se pure eh* egli lo
possa fare senza ingiuria.
 
: . ì. ’ . ..! òMoa
 
CAPO. XX.
 
Quale scelta si debba avere ne' ricevuti
beneficii.
 
£ de’ beneficii ricevuti debbe essere fatta
6celta : e non è dubbio che a ciascuno gran-
dissimo , noi grandissimamente non siamo
tenuti. Nella qual cosa nientedimeno, pri-
mamente debbe essere pensato con che ani-
mo, studio, o con che benevolenza alcuno
avrà fatto quel beneficio inverso noi. Im-
perocché molti fanno molte cose senza con-
siderazione , o senza misura , inverso ognu-
no , o commossi da un subito impeto d’ani-
mo, e quasi dal vento. I quali beneficii non
 
 
 
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4 1
 
debbono essere stimati egualmente grandi ,
come quegli i quali sono fatti costantemen-
te , e con considerazione. Ma nell’allogare
i benefici! , e nel rendere la grazia , se tutte
le altre cose saranno pari , questo massima-
mente s 1 appartiene all’ ufficio , che , come
alcuno avrà specialmente bisogno di aiuto,
così a lui spezialmente noi aiutiamo. La qual
cosa pel contrario è fatta da molti : impe-
rocché da chi eglino molto sperano , ancora
se colui non ha bisogno di loro, nientedi-
meno a lui molto essi servono.
 
CAPO xxt.
 
Del principio e legami dell' umana
compagnia.
 
Ma ottimamente sarà conservata la con-
giunzione e compagnia umana , se come al-
enilo sarà congiuntissimo , così in lui mol-
tissima benignità sarà conferita. Ma che
principii della natura sieno della comuni-
tà e compagnia umana, mi pare che deb-
ba essere ripetito più da alto. Imperocché
il primo è quello il quale è ragguardalo nel-
 
 
 
la compagnia di tutta la generazione uma-
na ; e il legame di questo è la ragione e
il parlare: la qual cosa insegnando, impa-
rando , comunicando , disputando , giudi-
cando, concilia gli uomini tra loro, e con-
giugneli con una naturale compagnia. Nè
per alcuna cosa noi più da lungi ci disco-
stiamo dalla natura delle fiere , nelle quali
noi diciamo spesso eh’ è la fortezza; come
ne’ cavalli e ne'lioni : ma la giustizia , l’e-
quità, la bontà noi non diciamo essere in
loro ; imperocché esse sono senza la ragione
e il parlare.
 
E larghissimamente agli uomini tra gli
uomini j e a tutti tra tutti si manifesta que-
sta compagnia: nella quale debbe essere os-
servata la comunità di tutte quelle cose ,
le quali la natura ha generate al comune
uso degli uomini: come quelle cose, le quali
sono state' ordinate per le leggi e per ra-
gione civile, così sieno tenute e osservate,
com’è stato ordinato. Per le quali cose le
altre cose sieno osservate, com’è nel pro-
verbio de’ greci , le cose degli amici sieno
tutte comuni : imperocché tutte quelle cose
paiono essere comuni, le quali sono di quel-
 
 
 
43
 
la ragione , la quale da Ennio posta in una
cosa , può essere transferita in molte parti:
l'uomo il quale mostra al compagno errante
la via , quasi accenda il lume del lume suo,
fa che niente meno a lui riluca , benché a
colui egli l'abbia acceso. Imperocché , per
una cosa , assai egli comandò , che ciò che
senza danno può essere accomodato , quello
sia attribuito ancora a uno , il quale noi
non conosciamo. Donde sono quelle cose
comuni : non vietare l’acqua corrente ; pa-
tire ch’ei si pigli il fuoco dal fuoco ; dare
il consiglio fedele , se alcuno deliberante
farà di qualcosa a te la dimanda : le quali
cose sono utili a coloro i quali le ricevono,
e non moleste a chi le dà. Per la qualcosa
queste cose debbono essere usate da noi ,
e sempre debbe essere arrecata qualche cosa
all’utilità comune. Ma perchè le abbondanze
degli uomini in particolarità sono piccole,
e la moltitudine è infinita di coloro i quali
ne abbisognano , la liberalità volgare debbe
essere riferita a quel fine di Ennio , che
nientedimeno a se riluca : acciocché e' sia
facoltà, per la quale noi siamo liberali in-
verso i nostri.
 
 
 
44
 
 
 
CAPO XXII.
 
 
 
Della diversità de'gradi della generazione
umana.
 
Ma i gradi della compagnia umana sono
più. Imperocché, acciocché noi ci partiamo
da quella infinita, più pressa compagnia è
quella della medesima gente, e uazione ,
e lingua , per la quale massimamente gli
uomini si congiungono. Più a dentro è
a essere della medesima città: imperocché
molte cose sono a' cittadini tra loro co-
muni , come il foro , le chiese , i portici ,
le vie, le leggi, le ragioni, i giudici)*, il
ragunarsi a consigliare; le usanze, oltre a
questo, e le familiarità , e molte cose e ra-
gioni contratte con molti. Ma più stretta
collegazione della compagnia è de 1 propin-
qui : imperocché da quella smisurata com-
pagnia della generazione umana , si conchiu-
de in una piccola e stretta.
 
Imperocché conciosiacosacchè questo sia
comune della natura degli animali , che
essi abbiano la libidine del procreare , la
prima compagnia è in esso matrimonio; la
 
 
 
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45
 
prossima è ne’figliuoli ; dipoi si fa una casa,
e tutte le cose comuni : e questo è il prin-
cipio della città, e quasi il semenzaio del-
la repubblica. Seguitano i congiugnimenti
de’ fratelli : dipoi de’ figliuoli de’ fratelli e
delle sorelle •, i quali quando non possono
capere in una casa, escono in altre case,
come in colonie. Seguitano di quinci i ma-
ritamenli e parentadi , de’ quali vengono
più propinqui ; il quale distendimento e
schiatta è origine delle repubbliche.
 
Ma la congiunzione del sangue lega gli
uomini cou benevolenza e carità. Imperoc-
ché egli è grande cosa avere le medesime
cose fatte per commemorazione degli an-
tichi , usare i medesimi sacrificii , avere i
sepolcri comuni. Ma di tutte le compa-
gnie nessuna è più eccellente , nessuna è
più ferma , che quando gli uomini buoni,
simili di costumi , sono congiunti con fami-
liarità. Imperocché quell’ onesto , il quale
spesso noi diciamo, noi muove, benché in
altri noi lo ragguardiamo ; e noi fa amici
a colui, nel quale pare che sia quell’ one-
sto. E benché ogni virtù noi alletti , e fac-
cia che noi amiamo coloro ne’ quali essa
 
 
 
46
 
mostri essere ; nientedimeno la giustizia e
la liberalità fa quello massimamente.
 
Ma niente è più amabile nè più accop-
piato che la similitudine de’buoni costumi:
imperocché in chi sono i medesimi studi ,
e le medesime volontà , in costoro si fa che
l'uno egualmente si diletti dell'altro, come
di sè medesimo. E fessi quello che vuole
Pitagora nell'amicizia , che uno si faccia di
più. Grande è ancora quella comunità la
quale è fatta pe'beneGcii di qui e di lì dati
e ricevuti ; i quali mentre che sono scam-
bievoli e grati , coloro tra chi eglino sono,
sono legati con ferma compagnia.
 
Ma quando tu avrai attornialo tutte le
cose con l'animo e con la ragione , nessuna
di tutte le società è più grata , nessuna più
cara , che quella la quale è colla repubblica
e ciascuno di noi. Cari sono i padri e le
madri , cari i figliuoli , cari i propinqui ,
e familiari ; ma sola la patria ha abbrac-
ciato tutte le carità di tutte le cose : per
la quale ciascuno uomo non dubita mori-
re , se a quella egli dovrà fare prò. Per
la qual cosa più è da essere maledetta la
crudeltà di costoro , i quali con ogni scel-
 
 
 
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leralezza hanno lacerato la patria; e in gua-
stare quella insino al fondo , sono e furono
occupati.
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