Degli uffici (volgarizzamento anonimo): differenze tra le versioni

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stare quella insino al fondo , sono e furono
occupati.
CAPO XXIII.
 
Che secondo la diversità de gradi si debbano
distribuire gli uffici.
 
Ma se si facesse contesa o comparazione
a chi più debba essere dato d’ufficio-, i prin-
cipali sieno la patria, i padri, e le madri;
a’beneficii de’quali grandissimi, noi siamo
obbligati: i prossimi sieno i tìgliuoli, e tut-
ta la famiglia , la quale ragguarda in noi
soli, e non può avere altro rifugio: dipoi
i propinqui bene d’ accordo con noi , coi
quali spesso la fortuna ancora è comune. Per
la qual cosa i necessari aiuti della vita deb-
bono essere dati massimamente a coloro, i
quali io lio nominati. La vita comune, e il
vivere, ei consigli, sermoni, conforti, con-
solazioni , alcune volte ancora le riprensio-
ni , grandissimamente hanno forza nelle ami-
cizie. E quella è giocondissima amicizia , la
quale similitudine di costumi ha congiunto.
 
Ma nell’ attribuire tutti questi uffici si
 
 
 
48
 
dovrà vedere quello che a ciascuno spezial-
mente sia di bisogno ; e quello che ciascu-
no , ancora senza noi , o possa o non possa
conseguitare. Cosi i gradi delle congiunzioni
non saranno i medesimi di quegli de’tem-
pi : e sono uffici i quali sono dovuti più a
uno che a un altro ; come, aiuterai più to-
sto il vicino, che il fratello o il familiare,
nel raccorre i frutti. Ma se sarà lite nel giu-
dicio, difenderai più tosto il propinquo e
1 ’ amico , che il vicino. Queste e tali cose
adunque debbono essere conosciute in ogni
ufficio -, e debb’essere presa l’usanza e l’eser-
citazione , acciocché noi possiamo rendere
bene ragione degli uffici 5 e aggiugnendo e
rimovendo , vedere , che somma si faccia
di quello che resta , per la quale tu inten-
derai quanto a ciascuno tu sia tenuto.
 
* Ma come i medici, e gl’ imperadori , e
gli oratori , benché eglino abbino impreso
i precetti dell’arte , non possono consegui-
tare alcuna cosa degna di grande laude ,
senza uso ed esercitazione ; così sono dati
i precetti del conservare 1’ ufficio 5 cioè ,
che noi medesimi facciamo quegli. E come
l'onesto del quale è fatto l'ufficio sia menato
 
 
 
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fla quelle cose , le quali sono nella ragione
della compagnia umana, assai quasi ne ab-
biamo detto.
 
capo xxiv.
 
t
 
Bel terzo fonte dell' onesto ,
cioè della fortezza.
 
Ma conciosiacosaccbè noi abbiamo propo-
sto , che quattro generazioni di cose sono,
delle quali venga l'onestà e l’ ufficio j noi
dobbiamo intendere che quella generazione
pare splendidissima, la quale si fa coll'ani-
mo grande e alto, e spregiante le cose uma-
ne. Adunque nelle vituperazioni assai è ma-
nifesto , se alcuna tal cosa così può essere
detta : voi , o giovani , avete animo di fem-
mina , e quella vergine di maschio. E se al-
cuna cosa ancora tale si può dire : dà le
spoglie a'Salmaci , senza sudore e sangue. E
per l’avverso nella lode si pongono quelle
cose , le quali sono fatte con l'animo gran*
de e forte, ed eccellentemente: e quelle cose
non so in che modo noi le lodiamo colla
piena bocca. Di quinci è il campo de' ret-
toria de’ fatti di Maratona , di Salamina ,
 
3
 
 
 
*
 
. a-'**.
 
 
 
di Platea, di Termopili * diLeutri; di quinci
è lodato il nostro Coelite 5 di quinci sono
lodati i Decii, gli Scipioni , Marcello, e al-
tri infiniti. Massimamente il popolo romano
eccelle per la grandezza dell’ animo : ma e
si dimostra lo studio della gloria delle batta-
glie , che noi veggiamo anche le statue con
l’ornato quasi militare.
 
Ma quell’altezza di animo la quale è rag-
guardata ne 1 pericoli e nelle fatiche , se essa
manca di giustizia, e combatte non per la
salute comune, ma pe’suoi commodi, è po-
sta nel vizio. Imperocché questo non sola-
mente non s’appartiene a virtù , ma piut-
tosto si appartiene alla disumana crudeltà,
scacciante da sé ogni umanità. Adunque ot-
timamente si definisce dagli stoici la gran-
dezza dell’ animo : conciosiacchè essi dica-
no , ch’essa è virtù combattente per l’equi-
tà. Per la qual cosa nessuno ha acquistato
loda con malizia e con inganni, il quale ha
conseguito la gloria della fortezza : niente
può essere onesto, il quale manca di giu-
stizia.
 
Egregio è adunque quel detto di Plato-
ne ; non solamente, esso dice, quella scien-
 
 
 
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5 1
 
za la quale manca di giustizia , è da essere
chiamata più tosto callidità che sapienza ;
ma ancora 1' animo apparecchialo al peri-
colo, se egli è commosso per sue cupidità,
e non per la utilità comune, abbia piutto-
sto il nome dell'audacia che della fortezza.
Adunque noi vogliamo che gli uomini forti
e magnanimi sieno buoni , e amici della sem-
plice virtù , e non fallaci. Le quali cose sono
del mezzo della lode della giustizia.
 
Ma quello è odioso, che in questa altezza
e grandezza di animo agevolissimamente na-
sce la pertinacia , e troppa cupidigia di si-
gnoreggiare. Imperocché , com’è appresso
a Platoue : ogni costume de' Lacedemoni è
infiammato dalla cupidità del vincere j come
ciascuno spezialmente eccelle per la gran-
dezza dell' animo , cosi spezialmente esso
vuol essere il signore di tutti, e ancora più
tosto solo. Ma egli è malagevole , quando tu
desidererai avanzare lutti gli altri , a conser-
vare l'equità , la quale è spezialmente pro-
pria della giustizia. Per la qual cosa si fa
che gli uomini non patiscano essere vinti,
nè per dispute, uè per alcuna pubblica e
legittima ragione. E nella repubblica molte
 
 
 
5a
 
volte sono i donatori , e i faccienti sette,
acciocché essi acquistino ricchezze , e sieno
più tosto per forza di sopra agli altri , che
per giustizia pari. Ma quello eh’ è più ma-
lagevole, quello è più egregio: imperocché
nessuno tempo è, il quale debba mancare di
giustizia.
 
Adunque forti e magnanimi si chiame-
ranno coloro, i quali non fanno, ma scac-
ciano la ingiuria. Ma la vera e savia gran-
dezza d’animo giudica , che quella onestà la
quale massimamente la natura segue , sia
posta ne’ fatti , e non nella gloria ; e più
tosto essa vuol essere principe che parere.
Imperocché chi è nell’ errore dell’ iudotta
moltitudine , costui non è da essere messo
tra gli uomini grandi. Ma agevolissimamente
colui è commosso a fare ingiustizia , il qua-
le ha l'animo altissimo e desideroso di glo-
ria. Il quale luogo per certo fa gli uomini
trascorrere. Imperocché malagevolmente si
trova chi , quando esso avrà ricevuto le fa-
tiche , e aggiuntovi i pericoli , non desi-
deri la gloria , quasi premio de’fatti suoi.
 
 
 
In che cosa consiste la fortezza.
 
 
 
Al tutto il forte e grande animo per due
cose spezialmente si conosce : delle quali
l’uua si pone nello spregiare le cose della
fortuna. Conciosiacchè già si è dichiarato
che l'uomo non debba o desiderare, o ma-
ravigliarsi , o addimandare , se non quello
che sia onesto e conveniente, e non debba
sottoporsi nè ad alcun’uomo, nè alla per-
turbazione deH’animo, nè alla fortuna. L’al-
tra cosa è , che conciosiacosaccliè tu sia così
disposto coll’animo , come di sopra io dis-
si , tu faccia cose grandi , e quelle massi-
mamente utili e molto malagevoli , e pie-
ne di fatiche e di pericoli -, per cagione sì
della vita, sì di tutte le altre cose, le quali
si appartengono alla vita.
 
Di queste due cose ogni splendore è l’am-
plitudine-, e a questa aggiungo ancora l’uti-
lità , la quale è nel luogo dopo : ma la
cagione e la ragione facciente gli uomini
grandi, è nel primo luogo. Imperocché in
quello è quella cosa la quale fa gli uomini
 
 
 
 
 
C4
 
eccellenti , e spregianti le cose umane. Ma
questa medesima cosa è conosciuta in due
cose; se tu giudichi solamente quello essere
buono il quale è onesto ; e se tu sei libero
da ogni perturbazione di animo. Imperocché
quelle cose le quali a molti paiono esimie
ed eccellenti , stimarle piccole , e quelle
spregiare con ragione ferma e stabile , si
debbe dire essere d'animo forte e grande:
e quelle cose le quali paiono acerbe , le
quali molte e varie sono rivolte nella vita
e fortuna degli uomini , così sopportarle ,
che niente ci parta dallo stato della natura,
niente dalla dignità ; diremo essere d’ani-
mo savio , e robusto, e di grande costanza.
 
Imperocché e’ non è consentaneo che chi
non è rotto dalla paura , esso sia rotto dal-
la cupidità ; nè chi non è vinto dalla fati-
ca , esso sia vinto da’ piaceri. Per la qual
cosa queste sopradette cose sono da essere
conosciute ; e debbesi ancora fuggire la cu-
pidità della pecunia : imperocché niente è
che più s'appartenga all'animo vile e pic-
colo , che amare le ricchezze ; e niente è
più magnanimo e più onesto che spregiare
la pecunia se tu non l’hai, e se tu l’hai,
 
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55
 
usarla a magnificenza e liberalità. Àncora ,
come di sopra io dissi , noi schiferemo la
cupidigia della gloria; imperocché essa leva
la libertà all'animo : per la quale agli uo-
mini magnanimi dehhe essere ogni sforzo.
 
CAPÒ XXVI.
 
Che gV imperii non si debbono desiderare ;
ma alcuna volta sono da essere deposti :
e da chi la tepublica si debba governare .
 
Ma non gli imperii sono da essere desi-
derati , ma piuttosto alcuna volta noi non
li piglieremo , e alcuna volta gli porremo
giù. Ma si debbe mancare d' ogni pertur-
bazione d'animo, sì di cupidigia e di pau-
ra, sì ancora di dolore e piacere d'animo ,
e d’ ira ; acciocché la tranquillità e sicurtà
dell'animo sia con noi presente ; la quale
arrechi sì la costanza, sì la dignità. Ma mol-
ti sono e furono, i quali desideranti quella
tranquillità che io dico, sé hanno rimosso
dalle pubbliche faccende, e fuggirono all'o-
zio. Tra costoro sono nobilissimi filosofi e
mollo principali ; e ancora alcuni uomini se-
 
 
 
 
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veri e gravi : e questo costoro feciono, per-
chè non poterono sopportare i costumi dei
popoli e de'priucipi. E alcuni si sono vi-
vuti ne’ loro poderi , dilettatisi solamente
delle loro cose familiari ; e a costoro è sta-
to il medesimo proposito che a’ re ; cioè
eh' essi non abbisognassino d’ alcuna cosa,
e non ubbidissino ad alcuna, e usassino la
libertà , della quale la proprietà è vivere
come tu vuoi.
 
Per la qual cosa conciosiacosaccbè que-
sto sia a comune tra’ desiderosi della po-
tenza , e tra coloro i quali io chiamai ozio-
si ; imperocché quegli cupidi della potenza
pensano potere soddisfare al desiderio loro,
se essi acquistano grandi ricchezze 5 e que-
gli altri , se essi stanno contenti della roba
loro, benché poca sia. Nientedimeno il pro-
posito dell'una parte e l'altra , in questa non
sarà al tutto spregiato : ma la vita degli
oziosi è più facile e più secura , e meno no-
iosa e molesta agli altri : ma di più frutto
è alla generazione umana , e più alta all'ac-
quistare stima e farsi grande , la vita di
coloro , i quali sé hanno accomodato alla
repubblica , e al fare cose grandi. Per la
 
 
 
 
 
 
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qual cosa e forse si debbe concedere a co-
loro , i quali non si danno alla repubbli-
ca , i quali essenti di grande ingegno , sè
hanno dato alla dottrina : e a coloro i quali
o per debolezza della loro sanità , o per al-
cun'altra più grave cagione impediti, si sono
partiti dal governo della repubblica , quando
essi hanno conceduto agli altri la potestà del-
l’ amministrare la repubblica, e ancora la
loda. Ma chi non hanno tali cagioni, se essi
dicono che spregiano quelle cose di che molti
si maravigliano, cioè le signorie e i magistra-
ti ; costoro non solamente non mi paiono da
essere lodati , ma piuttosto vituperati e ri-
presi. Il giudizio de' quali , in quello cb'essi
spregiano la gloria , e stimanla da niente , è
difficile a non lodare : ma e' mostrano temere
le fatiche e le noie , sì delle offese e sì ancora
degli scacciamenti, quasi vergogna ed infamia.
Imperocché e' sono alcuni, i quali nelle cose
contrarie hanno poca costanza : essi severis-
vimamente spregiano la voluttà , e nel dolore
trascorrono ; spregiano la gloria , e pigliano
passione dell'infamia : e queste cose fanno non
assai costantemente.
 
Ma da coloro i quali dalla natura sono aiu-
 
 
 
 
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tati al fare le cose, saranno presi i magistrati
senza indugio alcuno , e sarà amministrata la
repubblica. Imperocché altrimenti non si
può reggere la repubblica , e non si può di-
mostrare la grandezza dell’animo. Ma i pi-
glianti il governo della repubblica , non me-
no che i filosofi , io non so se più ancora deb-
bano usare la magnificenza , e il dispregio
delle cose umane , il quale più volte io ho
detto, e la tranquillità, e la sicurtà: impe-
rocché essi non debbono essere ili angosce ,
ma più tosto debbono vivere con gravità e
costanza.
 
Le quali cose sono più facili a’filosofi ; per-
ché meno cose si manifestano nella vita loro ,
le quali la fortuna percuota ; e perchè di me-
no cose abbisognano ; e perchè se alcuna av-
versità addiviene , non tanto gravemente
possono cascare. Per la qual cosa non senza
cagione maggiori commovimenti sono desti,
e fare maggiori cose, ne’governanti la repub-
blica , che negli uomini quieti. Per la qual
cosa più debb’ essere appresso di costoro la
grandezza dell'animo, c la mancanza delle
passioni.
 
 
 
CAPO XXIX.
 
 
 
 
Che in ogni cosa che s' ha a fare , si debba
fare diligente preparazione : c che le cose
urbane si preponghino alle cose di guerra.
 
Ma chi piglia a fare la cosa , guardi che non
solamente consideri quanto quella cosa sia
onesta ; ma ancora eh' esso abbia facultà di
poterla fare. Nella qual medesima cosa si
debbe considerare, eh’ essa , o non senza ra-
gione si disperi per pigrizia , o non troppo
si confidi per cupidità. Ma in tutte le faccen-
de , prima che tu le cominci , si debbe usare
una diligente preparazione.
 
Ma perchè molti stimano, che i fatti delle
armi sieno maggiori che quelli della città ,
io voglio amminuire questa opinione. Ini*
perocché molti spesse volte hanno cerco le
guerre per cupidità di gloria j e questo molte
volte addiviene negli animi e ingegni grandi:
e tanto più se essi erano atti al fatto delle ar-
mi , e desiderosi del fare battaglie. Ma se noi
vogliamo giudicare con verità , molte cose
della città sono state maggiori, e più di fama,
che quelle della guerra.
 
 
 
 
I
 
 
 
6o
 
Imperocché , benché Temistocle ragione-
volmente sia lodato , e sia il nome suo in piu
gloria che quello di Solone ; e a questo sia
chiamata la città di Salamina, testimone della
nobilissima vittoria , la quale sia preposta al
consiglio di Solone , e a quello consiglio col
quale da prima esso ordinò gli Arcopagiti ;
non è da essere giudicato meno egregio que*
sto fatto che quello. Imperocché quello una
volta fece prò , ma questo farà prò sempre :
con questo consiglio si conservarono le leggi
degli Ateniesi , con questo si conservano gli
ordini degli antichi. E Temistocle niente a-
vrà detto, con che esso abbia aiutalo all’areo-
pago , ma colui dirà con verità eh’ esso aiutò
Temistocle : imperocché la battaglia si fece
col consiglio di quel senato , il quale era stato
ordinato da Solone.
 
Le medesime cose è lecito dire di Pausa-
nia e di Lisandro: pe’ fatti de’ quali , benché
la signoria de’ Lacedemoni fosse ampliata ,
nientedimeno non sono da essere agguagliati,
da una minima parte , alle leggi e alla disci-
plina di Licurgo : che ancora per queste me-
desime cose , essi ebbono gli eserciti più ub-
bidienti e più forti. Quando noi eravamo
 
 
 
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6 1
 
fanciulli , e’ non pareva che Marco Scauro ce-
desse a Caio Mauro: nè quando noi ci rivol-
tavamo nella repubblica , Quinto Calulo ce-
deva a Gneo Pompeo. Imperocché piccola
cosa sono le armi di fuori , se il consiglio non
è in casa. Nè più Albicano , singolare uomo e
imperatore, fece prò alla repubblica per in-
guastare Numanzia , che in quello medesimo
tempo Pubblio Nasica privato , quando esso
uccise Tiberio Gracco : benché questo fatto
non solamente è della ragione di casa , ma an-
cora è tocca la ragione di fuori , cioè delle
armi ; perchè con forza e mano fu fatto : pur
quello medesimo fu fatto con consiglio della
città , senza esercito.
 
Ma quel fatto è ottimo , nel quale io odo
essere assalito da tristi ed invidiosi : le armi
cedano alla toga , e il trionfo ceda alla lin-
gua. Imperocché , acciocché io lasci gli altri,
quando noi governavamo la repubblica , or
noncedetteno le armi alla toga? Imperocché
nella repubblica non fu mai più grave peri-
colo , nè maggiore odio. Così per la diligenza
c pe’ consigli nostri , prestamente dalle mani
degli audacissimi cittadini sono cascate le ar-
mi. Adunque che fatto di battaglia fu mai di
 
 
 
 
 
6a
 
tanto pregio ? clic trionfo fu mai da essere
agguagliato ?
 
O mio figliuolo , a me è lecito gloriarmi
appresso a te , al quale s’ appartiene l’ere-
dità di questa gloria , e la imitazione de’fatti
miei. Gneo Pompeo , uomo per certo abbon-
dante di lode di guerre, molti udentilo, a
me questo attribuì : che egli disse , che invano
esso doveva essere per avere il terzo trionfo,
se pel mio beneficio inverso la repubblica ,
egli non dovesse avere dov’esso trionfasse.
Adunque le fortezze di casa non sono più
basse che quelle di fuora , cioè delle armi.
Nelle quali domestiche fortezze più ancora
d’opera e di studio si debbe porre, che in
quelle altre.
 
Al tutto quella onestà , la quale noi cer-
chiamo delPaiiimo alto e magnifico, si fa col-
le forze dell'animo e non del corpo. Ma il
corpo si debbe esercitare ed affaticarlo , che
esso possa ubbidire al consiglio e alla ragio-
ne nel fare le faccende, e nel sopportare la
fatica. Nella qual cosa non minore utilità ar-
recano coloro , i quali togati sono sopra alla
repubblica, che coloro i quali fanno le guer-
re. E così pel consiglio di coloro , spesse volte
 
le guerre o esse non sono prese , o esse sono
fatte, o esse alcune volte sono mosse. Come
la terza guerra affricana , fu fatta pel consi-
glio di Marco Catone ; nella quale ancora po-
tè 1’ autorità di Catone morto.
 
Per la qual cosa più si debbe addoman-
dare la ragione del deliberare , che la for-
tezza del combattere. Ma e’ sarà da guardar-
si , che quello noi non facciamo , più tosto
per fuggire il combattere, che per ragione
dell'utilità. Ma la guerra così si pigli, che
niente altro paia essere cerco , se non è la
pace.
 
capo xxx.
 
Quello che sia proprio del forte
e prudente uomo .
 
Ma al forte e costante animo si appartiene
non essere perturbato per cose aspre, e come
si dice , lui essente nelle noie , non essere ri-
mosso dal grado suo : ma usare l’animo favo-
reggianle e il consiglio, e non si partire dalla
ragione: benché questo si appartenga all’a-
nimo , e quello all’ingegno grande, con pen-
siero prevedere le cose future , e alcuna volta
 
 
 
64
 
innanzi ordinare quello, che possa addive-
nire nell’ una e l' altra parte , e quello che sia
da fare quaudo alcuna cosa sarà addivenuta,
e non commettere in modo, che alcuna volta
tu abbia a dire: io non me n'era avveduto.
Queste sono opere dell’ animo grande e alto,
e confidantesi nella prudenza e nel consiglio.
Ma senza ragione rivoltarsi nelle schiere , e
combattere col nimico , è cosa disumana , e
simile alle bestie. Ma quando il tempo e la
necessità lo domanda , si debbe combattere,
e anti porre la morte alla servitù e bruttezza.
 
CAPO XXXI.
 
Che si debba osservare nel disfacimento
delle città.
 
Ma nel disfare o mettere a sacco le città ,
si conviene avere molta considerazione, che
niente crudelmente o senza ragione noi fac-
ciamo. E questo s’ appartiene all’ uomo di
grande animo', poi che il fatto sia spacciato,
punire chi ha errato , conservare la moltitu-
dine , e in ogni fortuna ritenere le cose rette
ed oneste. Imperocché come sono ( siccome
 
 
 
 
65
 
di sopra dissi ) alcuni , i quali prepongono i
fatti della guerra a quegli della città ; così tu
troverai molti , a’ quali i consigli pericolosi
e callidi, paiono maggiori e più splendidi dei
consigli quieti e di pensiero. Non mai al tutto
per fuggire il pericolo noi commetteremo,
che noi paiamo timidi e disadatti a battaglia.
Ma ancora si debbe fuggire questo , che noi
non offeriamo noi a 1 pericoli senza cagione ;
della qual cosa niente può essere più stolto.
 
Per la qual cosa quando noi avremo a pi-
gliare pericolo alcuno , faremo come usano
fare i medici ; i quali leggermente curano chi
leggermente è infermo , e alle più gravi in-
fermità, sono costretti dare medicine perico-
lose e di dubbio. Per la qual cosa in tranquil-
lità desiderare tempesta contraria , si appar-
tiene allo stolto; ma sovvenire alla tempesta
con ogni modo che si può, s'appartiene al
savio: e per questo più , se sviluppalo il fat-
to , tu acquisterai più di bene, che quando
egli era dubbioso di male.
 
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CAPO XXXII.
 
 
 
A quali pericoli dobbiamo estere più pronti ,
e per quali cose dobbiamo massimamente
combattere.
 
Ma le operazioni delle cose sono perico-
lose, parte a coloro i quali pigliano quelle,
e parte alla repubblica. E ancora alcuni sono
chiamali ne’pericoli de'fatli della vita, alcuni
de’fatti della gloria , e benevolenza de’cittadi-
ni. Adunque noi dobbiamo essere più pronti
ne' pericoli nostri , ebe ne' comuni ; e dob-
biamo combattere più prontamente de’fatti
dell' onore e della gloria , che di tutte l'altre
commodi tà.
 
Ma molti sono stati trovati , i quali erano
apparecchiati a spargere per la patria non
solamente la pecunia, ma ancora la vita j e
questi non volevano offendere menomamente
la loro gloria , ancora che la repubblica lo
addomandasse. Come Callicratida , il quale
quando era capitano de' Lacedemoni nella
guerra del Peloponneso, concìosiacosacchè
esso avesse fatto molte cose egregie, nell’ul-
timo guastò quello che insino allora aveva
 
 
 
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fatto , quando esso non ubbidì al consiglio di
coloro, i quali dicevano, che il navilio si
doveva rimuovere da Argiuuso, e non com-
battere cogli Ateniesi. A’ quali colui rispose:
i Lacedemoni , perduto questo navilio , pos-
sono rifarne un altro , ma io non posso fug-
gire senza mio disonore. Ma questa fu mez-
zana piaga de'Lacedemoni : ma quella fu pe-
stifera, perla quale assai cascarono le abbon-
danze de'Lacedemoni’, quando Cleombroto,
temente la invidia , senza ragione alcuna
combattè con Epaminonda. Ma quanto me-
glio fece Quinto Massimo*, del quale Ennio
disse : costui è uno , il quale dimorando , a noi
ha restituito la repubblica. Imperocché esso
non preponeva la fama alla salute, adunque
la gloria di quell' uomo ora più risplende . Il
quale modo di peccare ancora si debbe schi-
fare ne' fatti della città. Imperocché e' sono
alcuni , i quali non ardiscono dire , per pau-
ra della invidia , quello che a loro pare $ e se
ancora la sentenza loro sia ottima.
 
 
 
CAPO XXXIII.
 
 
 
Comandamenti di Platone a chi governa
la repubblica.
 
Coloro i quali vogliono fare prò alla re-
pubblica, al tutto osservino due precetti di
Platone: l’uno è eh’ essi cosi difendano l’u-
tilità de’ cittadini , che ciò eh’ essi fanno rife-
riscano a lei , dimenticali ancora de’commo-
di loro. L’ altro è ch’essi usino tutto il corpo
della repubblica, e che l’una parte essi non
difendino, e l’altra abbandonino. Imperoc-
ché il governo della repubblica , come la tu-
tela , si debbe fare all’utilità di coloro i quali
sono commessi , e non di coloro a chi ella è
commessa. Ma chi aiuta 1* una parte de* cit-
tadini, e l'altra non apprezza, mette nella
città cosa dannosa , cioè sedizione e discor-
dia. Per la qual cosa addiviene, che alcuni
paiano amici , alcuni studiosi di ciascuno ot-
timo cittadino, e pochi amino la università.
 
Di quinci seguitarono appresso gli Ateniesi
grandi discordie : e nella repubblica nostra
vennono non solo discordie , ma ancora guer-
re civili di mollo danno : le quali il grave e
 
 
 
 
forte cittadino e degno del principato le fug-
gc , e odieralle , e sé tutto darà alla repub-
blica 5 e non cercherà ricchezze o potenza 5
e tutta la repubblica difenderà in tal modo,
clf esso gioverà a ognuno. E esso con falsi
peccati non chiamerà alcuno in odio o in in-
vidia ; e in ogni modo così alla giustizia e al-
l’ onestà ei s’accosterà, che quelle virtù esso
conservi, benché gravemente egli offenda; e
la morte appetisca piuttosto, eh’ esso abban-
doni quelle cose ebe io ho detto.
 
CAPO ZXX1V.
 
Che misera cosa è con ambizione cercare
gli onori , e di quelli contendere.
 
Miserissima è al tutto l'ambizione e la con-
tenzione degli onori : della quale egregia-
mente è così appresso a Platone : similmente
Janno coloro , i quali contendono chi di loro
più tosto amministri la repubblica ; come se
i marinai tra loro combattessino , chi di lo-
ro spezialmente governasse. Il medesimo
Platone ancora comandò , che noi stimassi-
mo avversari coloro , i quali arrecassiuo l’ar-
 
 
 
7 °
 
me incontro , e non coloro i quali col loro
giudizio vogliono difendere la repubblica.
Quale dissensione fu senza crudeltà tra Pu-
blio Affricano , e Quinto Metello.
 
CAPO XXXV.
 
Che a governatori della repubblica si con-
viene essere clementi e severi.
 
Ma coloro da noi non saranno uditi , i
quali stimano doversi gravemente adirarsi
contro a' nemici ; e quello stimano apparte-
nersi all 1 animo grande e forte. Imperocché
niente è più laudabile , niente più degno del-
l'uomo eccellente e grande, che è l' umiltà
eia clemenza. Ma ne’popoli liberi, e nel dare
la ragione , egualmente si debbe esercitare
la facilità e l’altezza dell'animo ; affinchè, se
noi ci adiriamo con coloro che non sono ve-
nuti al tempo , o che imprudentemente do-
mandano , noi non caschiamo in una stizza
disutile e odiosa : e così nientedimeno noi ap-
proveremo la mansuetudine e la clemenza,
che e’ vi sia aggiunta, per cagione della re-
pubblica , la severità ; senza la quale non
può essere amministrata la città.
 
 
 
CAPO XXXVI.
 
 
 
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Che chi castiga non debba essere contumelia -
so , nè la pena non debba avanzare la colpa.
 
Ma ogni punizione e gastigamento debbe
mancare di villana superbia : e quella gasti-
gazione si debbe riferire non all’utilità di
colui ebe gasliga , ma a quella della repub-
blica. Ancora si debbe guardare eh’ e’ non sia
maggiore la pena che la colpa j e che per le
medesime cagioni l'uno sia punito, e l’altro
non sia pur chiamato.
 
\ .
 
CAPO XXXVII.
 
s
 
Che chi punisce non debbasi irare.
 
Ma nel punire si debbe schifare l’ira. Im-
perocché Tirato il quale viene al punire , non
terrà mai quello mezzo, il quale è tra ’l poco
e il troppo : il quale piace a’ peripatetici 5 e
meritamente : purché essi non lodino l’ira ,
e dicano che dalla natura ella è stata data u-
tilmente. Ma quella è da essere rifiutata in
tutte le cose : e debbesi desiderare , che co-
 
 
 
7 *
 
loro i quali sono sopra alla repubblica , sieno
simili alle leggi ; le quali vanno al punire ,
non con ira , ma con equità.
 
CAPO xxvvui.
 
Che tre cose si debban /uggire
nelle cose prospere.
 
E ancora nelle cose prospere e trascor-
renti al nostro piacere , noi diligentemente
dobbiamo fuggire la superbia , e il fastidio,
e l’arroganza. Imperocché sopportare senza
modo le cose prospere come le avverse , s’ap-
partiene alla leggerezza : ed eccellente cosa
è essere eguale in ogni vita, e avere il me-
desimo volto e la fronte medesima : come
noi abbiamo inteso di Socrate, e il medesimo
di Caio Lelio. Ma io veggo che Filippo re
de’ Macedoni, vinto dal figliuolo Alessandro
per la gloria e per gli egregi fatti , fu nien-
tedimeno di sopra a colui , per la sua uma-
nità e mansuetudine. E così l’ uno fu sempre
grande; e l’ altro spesso fu bruttissimo. Che
rettamente pare che ci ammoniscano coloro,
i quali ci confortano, che quanto noi siamo
 
 
 
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più di sopra agli altri , tanto più bassamente
noi ci portiamo. Panezio dice, che Scipione
Aflricano suo uditore e familiare, soleva di-
re, eh' e' sogliono dare a' domatori i cavagli,
i quali per le spesse battaglie feroci insuper-
biscono ; acciocché poi essi possi no usare que-
gli più agevoli. Cosi gli uomini , sfrenati per
le prospere cose, eiusupei-bienti, si conviene
essere menati nel giro della ragione e delle
dottrine ; acciocché essi ragguardassino, la de-
bolezza delle cose umane , e la varietà della
fortuna.
 
CAPO xxxix.
 
Che nelle cose prospere massimamente si debba
usare i consigli degli amici , e fuggire gli
adulatori.
 
E ancora nelle nostre prosperità noi spe-
zialmente useremo il consiglio degli amici,
e a costoro noi attribuiremo maggiore auto-
rità che innanzi. E in questi medesimi tempi
si debbe guardare, che noi non apriamo gli
orecchi agli adulatori , acciocché noi non
concediamo che a noi lusinghino. Nella qual
cosa è agevole a essere ingannati : iotpcroc-
 
4
 
 
 
1
 
 
 
che noi stimeremo noi tali , che ragionevol-
mente noi siamo lodati : dalla qual cosa na-
scono innumerabili peccati , quando gli uo-
mini, enfiati d’opinione, bruttamente sono
dileggiati , e sono rivolti in grandissimi er-
rori. Ma queste cose basti avere detto insino
a qui.
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