Storia d'Italia/Libro XII/Capitolo XIV

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Libro dodicesimo
Capitolo quattordicesimo

../Capitolo XIII ../Capitolo XV IncludiIntestazione 22 maggio 2008 75% Storia

Libro XII - Capitolo XIII Libro XII - Capitolo XV
Il re di Francia apprende d’aver nemico il pontefice; incertezze fra gli svizzeri; resa di Novara. I francesi sotto Milano; contegno della popolazione. Pace, subito turbata, fra il re di Francia e gli svizzeri. Il viceré muove da Verona a Parma e l’Alviano dal Polesine di Rovigo a Cremona. Il re di Francia a Marignano: le posizioni dei diversi eserciti.


Era il re venuto a Vercelli, nel quale luogo intese la prima volta il pontefice essersi dichiarato contro a lui, perché il duca di Savoia gliene significò in suo nome: la qual cosa benché gli fusse sopra modo molestissima, nondimeno, non perturbato il consiglio dallo sdegno, fece, per non lo irritare, con bandi publici comandare, e nell’esercito e alle genti che aveano occupata Alessandria, che niuno ardisse di molestare o di fare insulto alcuno nel dominio della Chiesa. Soprasedette poi piú dí a Vercelli per aspettare l’esito delle cose che si trattavano co’ svizzeri, i quali non intermettendo di trattare si dimostravano da altra parte pieni di varietà e di confusione. In Novara, cominciando a tumultuare, presa occasione del non essere ancora venuti i danari a’ quali era obligato il re d’Aragona, tolsono violentemente a’ commissari del pontefice i danari mandati da lui, e col medesimo furore partirno di Novara con intenzione di ritornarsene alla patria; cosa che molti di loro desideravano, i quali essendo stati in Italia già tre mesi, e carichi di danari e di preda, volevano condurre salvi alle case loro sé e le ricchezze guadagnate. Ma a fatica partiti da Noara, sopravennono i danari della porzione del re d’Aragona; i quali con tutto che nel principio occupassino, nondimeno, considerando pure quanto fussino ignominiose cosí precipitose deliberazioni, ritornati alquanto a se medesimi, restituirono e questi e quegli, per ricevergli ordinatamente da’ commissari: ridussonsi di poi a Galera, aspettando ventimila altri che di nuovo si dicevano venire; tremila andorno col cardinale sedunense per fermarsi alla custodia di Pavia. Perciò il re, diminuita per tante variazioni la speranza della concordia, partí da Vercelli per andare verso Milano; lasciati a Vercelli col duca di Savoia il bastardo suo fratello, Lautrech e il generale di Milano a seguitare i ragionamenti principiati co’ svizzeri; e lasciata assediata la rocca di Novara, perché alla partita de’ svizzeri aveva ottenuta la città: la quale, battuta dalle artiglierie, fra pochi dí si arrendette, con patto che fusse salva la vita e le robe di coloro che la guardavano.

Passò dipoi il re, al quale si arrendé Pavia, il Tesino; e il dí medesimo Gianiacopo da Triulzi si distese con una parte delle genti a San Cristofano propinquo a Milano e poi insino al borgo della porta Ticinese, sperando che la città, la quale era certo che, malcontenta delle rapine e delle taglie de’ svizzeri e degli spagnuoli, desiderava di ritornare sotto il dominio de’ franzesi, né aveva dentro soldati, lo ricevesse. Ma era grande nel popolo milanese il timore de’ svizzeri, e verde la memoria di quello che avessino patito l’anno passato, quando per la ritirata de’ svizzeri a Novara si sollevorono in favore del re di Francia; però risoluti, non ostante che desiderassino la vittoria del re, di aspettare l’esito delle cose, mandorono a pregare il Triulzio che non andasse piú innanzi, e il dí seguente mandorono imbasciadori al re, che era a Bufaloro, a supplicarlo che, contento della disposizione del popolo milanese, divotissimo alla sua corona e che era parato a dargli vettovaglie, si contentasse non facessino piú manifesta dichiarazione; la quale non gli profittava cosa alcuna alla somma della guerra, come non aveva giovato il dichiararsi loro l’anno dinanzi al suo antecessore, e a quella città era stato cagione di grandissimi danni. Andasse e vincesse gli inimici, presupponendo che Milano, acquistata che egli avesse la campagna, fusse prontissimamente per riceverlo. Alla qual cosa il re, che era prima molto sdegnato del non avere accettato il Triulzio, raccoltigli lietamente, rispose essere contento compiacergli delle dimande loro.

Andò da Bufaloro il re con l’esercito a Biagrassa; dove mentre che stava, il duca di Savoia, avendo uditi venti imbasciadori de’ svizzeri mandati a lui a Vercelli, andato poi, seguitandolo il bastardo e gli altri deputati dal re, a Galera, contrasse la pace in nome del re co’ svizzeri, con queste condizioni: fusse tra il re di Francia e la nazione de’ svizzeri pace perpetua, durante la vita del re e dieci anni dopo la morte; restituissino i svizzeri e i grigioni le valli che avevano occupate appartenenti al ducato di Milano; liberassino quello stato dalla obligazione di pagare ciascuno anno la pensione de’ quarantamila ducati; desse il re a Massimiliano Sforza il ducato di Nemors, pensione annua di dodicimila franchi, condotta di cinquanta lancie e moglie del sangue reale; restituisse a’ svizzeri la pensione antica di quarantamila franchi; pagasse lo stipendio di tre mesi a tutti i svizzeri che allora erano in Lombardia o nel cammino per venirvi; pagasse a’ cantoni, con comodità di tempi, quattrocentomila scudi promessi nello accordo di Digiuno e trecento altri mila per la restituzione delle valli; tenessene continuamente a’ soldi suoi quattromila: nominati con consentimento comune il pontefice, in caso restituisse Parma e Piacenza, lo imperadore, il duca di Savoia e il marchese di Monferrato; non fatta menzione alcuna del re cattolico né de’ viniziani né di alcuno altro italiano. Ma questa concordia fu quasi in uno dí medesimo conchiusa e perturbata per la venuta de’ nuovi svizzeri; i quali, feroci per le vittorie passate e sperando non dovere della guerra acquistare minori ricchezze che quelle delle quali vedevano carichi i compagni, avevano l’animo alienissimo dalla pace, e per difficultarla recusavano di restituire le valli: in modo che, non potendo i primi svizzeri rimuovergli da questo ardore, se ne andorono in numero di trentacinquemila a Moncia per fermarsi ne’ borghi di Milano; essendosi partito da loro per la via di Como, la quale strada il re studiosamente aveva lasciata aperta, Alberto Pietra, famoso capitano, con molte insegne. Cosí, non quasi prima fatta che turbata la pace, ritornorno le cose nelle medesime difficoltà e ambiguità; anzi molto maggiori, essendosi nuove forze e nuovi eserciti approssimati al ducato di Milano.

Perché il viceré finalmente, lasciato alla guardia di Verona Marcantonio Colonna con cento uomini d’arme sessanta cavalli leggieri e dumila fanti tedeschi, e in Brescia mille dugento lanzchenech, era venuto ad alloggiare in sul Po appresso a Piacenza; avendo settecento uomini d’arme secento cavalli leggieri e semila fanti, e il ponte preparato a passare il fiume. Al quale per non dare giusta causa di querelarsi, Lorenzo de’ Medici, che era soggiornato industriosamente molti dí a Parma con lo esercito, nel quale erano settecento uomini d’arme ottocento cavalli leggieri e quattromila fanti, [venne a Piacenza]; avendo prima, a richiesta de’ svizzeri, mandati, mentre trattavano, per servirsene a raccorre le vettovaglie, quattrocento cavalli leggieri sotto Muzio Colonna e Lodovico conte di Pitigliano, condottiere l’uno della Chiesa l’altro de’ fiorentini: i quali non aveva mandati tanto per desiderio di aiutare la causa comune quanto per non dare occasione a’ svizzeri, se pure componevano col re di Francia, di non includere nella pace il pontefice. Da altra parte Bartolomeo d’Alviano, il quale avea data speranza al re di tenere di maniera occupato l’esercito spagnuolo che non arebbe facoltà di nuocergli, subito che intese la partita del viceré da Verona, partendosi del Polesine di Rovigo, passato l’Adice e camminando sempre appresso al Po, con novecento uomini d’arme mille quattrocento cavalli leggieri e nove [mila] fanti e col provedimento conveniente d’artiglierie, era venuto con grandissima celerità alle mura di Cremona: della quale celerità, insolita a’ capitani de’ tempi nostri, egli gloriandosi, soleva agguagliarla alla celerità di Claudio Nerone quando, per opporsi ad Asdrubale, condusse parte dell’esercito espedito in sul fiume del Metauro.

Cosí non solo era vario ma confuso e implicato molto lo stato della guerra. Vicini a Milano, da una parte il re di Francia con esercito instruttissimo di ogni cosa, il quale era venuto a Marignano per dare all’Alviano facilità di unirsi seco, alle genti ecclesiastiche e spagnuole difficoltà di unirsi con gli inimici: dall’altra trentacinquemila svizzeri, fanteria piena di ferocia e insino a quel dí, in quanto a franzesi, invitta: il viceré in sul Po presso a Piacenza e in sulla strada propria che va a Lodi, e col ponte preparato a passare per andare a unirsi co’ svizzeri; e in Piacenza, per congiugnersi seco al medesimo effetto, Lorenzo de’ Medici con le genti del pontefice e de’ fiorentini: l’Alviano, capitano sollecito e feroce, con l’esercito viniziano, in cremonese, quasi in sulla riva del Po, per aiutare, o con la unione o divertendo gli ecclesiastici e spagnuoli, il re di Francia. Rimaneva in mezzo di Milano e Piacenza con eguale distanza la città di Lodi, abbandonata da ciascuno ma saccheggiata prima da Renzo da Ceri, entratovi dentro come soldato de’ viniziani; il quale, per discordie nate tra lui e l’Alviano, avendo prima con protesti e quasi con minaccie ottenuto licenza dal senato, si era condotto con dugento uomini d’arme e con dugento cavalli leggieri agli stipendi del pontefice; ma non potendo cosí presto seguitarlo i soldati suoi, perché i viniziani proibivano a molti il partirsi di Padova dove erano alloggiati, si era partito da Lodi per empiere il numero della compagnia con la quale era stato condotto. Ma il cardinale sedunense, il quale prima spaventato dalle pratiche che tenevano i suoi col re di Francia e dalla vacillazione della città di Milano, si era fuggito con mille svizzeri a Piacenza e con parte delle genti del duca di Milano, e dipoi andato a Cremona a sollecitare il viceré a farsi innanzi, indirizzatosi al cammino di Milano innanzi che l’esercito franzese gli impedisse quella strada, lasciò alcuni de’ suoi, benché non molto numero, a guardia di Lodi; i quali, come intesono la venuta del re di Francia a Marignano, impauriti l’abbandonorono.