Storia d'Italia/Libro XIII/Capitolo X

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Libro tredicesimo
Capitolo decimo

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Manifestazioni di cordialità fra il pontefice e il re di Francia. Proroga della tregua dei veneziani con Cesare. Lega e parentado fra i re di Francia e d’Inghilterra. Conferma della pace fra i re di Francia e di Spagna. Morte di Gianiacopo da Triulzi; giudizio dell’autore.


Nel quale tempo tra il pontefice e il re di Francia si dimostrava grandissima congiunzione. Perché il re dette per moglie a Lorenzo suo nipote la damigella di Bologna, nata di sangue molto nobile, e con entrata di scudi diecimila, parte donatagli dal re parte appartenentegli del patrimonio suo; ed essendo nato al re uno figliuolo maschio, richiese il pontefice che lo facesse tenere al battesimo in nome suo. Per la quale cagione Lorenzo, che si ordinava per andare a sposare la nuova moglie, accelerando l’andata, si condusse in poste; dove fu molto carezzato e onorato dal re; al quale egli dimostrando di darsi tutto, e promettendo di seguitare in ogni caso la sua fortuna, acquistò molto della sua grazia. Portò al re uno breve del pontefice per il quale gli concedeva che, insino a tanto che i danari riscossi della decima e della crociata non si avessino a spendere contro a’ turchi, potesse spendergli ad arbitrio suo, promettendo restituirgli ogni volta che allo effetto per che era stata posta ne fusse di bisogno; convertendone però in uso di Lorenzo scudi cinquantamila: e il re, che insino a quel dí aveva dissimulato il non eseguire il pontefice la promessa, fattagli per breve, della restituzione di Modena e di Reggio, ancora che fusse passato il termine de’ sette mesi, conoscendo non potere fare al pontefice cosa piú molesta che fargli instanza di questa restituzione, e tenendo, come spesso accade, piú conto de’ maggiori che de’ minori, rimesse in mano di Lorenzo il breve della promessa.

Prorogorono anche, quasi nel tempo medesimo, i viniziani per mezzo del re di Francia, la tregua loro con Cesare per cinque anni, con condizione gli pagassino, ciascuno de’ cinque anni, scudi ventimila; e nella quale era espresso che ciascuno anno pagassino a’ fuorusciti delle terre loro, i quali avevano seguitato Cesare, il quarto delle entrate de’ beni che prima possedevano; tassando pagassino per questa causa ducati cinquemila. E si sarebbe Cesare indotto per avventura, se gli avessino dato maggiore somma di danari, a fare la pace; ma al re era piú grata la tregua perché i viniziani, non assicurati del tutto, avessino maggiore cagione di tenere cara la sua amicizia, e perché a Cesare non fusse data facoltà di fare co’ danari che avesse da loro qualche innovazione.

E dirizzandosi le cose da ogni banda a concordia, si composono anche le differenze tra il re di Francia e d’Inghilterra, confermandole, acciocché la convenzione fusse piú stabile, con nuovo parentado; perché il re d’Inghilterra promesse dare la figliuola sua unica (alla quale, non avendo altri figliuoli, si sperava doversi appartenere la successione del regno) al delfino figliuolo primogenito del re di Francia, con ducati quattrocentomila di dota; l’uno e l’altra di età sí tenera che infiniti accidenti potevano nascere innanzi che, per l’abilità della età, si potesse stabilire il matrimonio. Fu fatta lega difensiva tra loro, nominandovi per contraenti principali Cesare e il re di Spagna in caso ratificassino infra certo tempo: e il re d’Inghilterra si obligò a restituire Tornai, la guardia del quale gli era di spesa molto grave, ricevendo da lui di presente per le spese fatte ducati dugento sessantamila; trecentomila ne confessasse d’avere ricevuti per la dota della nuora, e pagandone trecentomila altri in tempo di dodici anni; promettendo eziando di rendergli indietro Tornai se la pace e il parentado non seguitasse. Per la quale lega e parentado essendo andati da l’una parte a l’altra imbasciadori a ricevere le ratificazioni e i giuramenti, furono espediti questi atti nell’una e nell’altra corte con grandissima solennità e cerimonia, e stabilito che i due re si abboccassino insieme tra Calès e Bologna, né molto poi fatta la restituzione di Tornai.

Nel medesimo tempo, essendo morta la figliuola del re di Francia destinata a essere sposa del re di Spagna, fu riconfermata tra loro la pace e prima capitolazione, con la promessa del matrimonio della seconda figliuola; celebrando l’uno e l’altro principe questa congiunzione con grandissime dimostrazioni estrinseche di benivolenza: il re di Spagna, che aveva già fattogli pagare in Lione i centomila ducati, portò publicamente l’ordine di San Michele il dí della sua festività; e il re di Francia, il dí dedicato a santo Andrea, portò publicamente l’ordine del tosone.

Cosí stando quiete le cose d’Italia e d’oltre a’ monti, solo Gianiacopo da Triulzi travagliava, non gli giovando né la età ridotta quasi a ultima vecchiezza né la virtú esperimentata tante volte in servigio della casa di Francia. Perché, dandone forse cagione in qualche parte l’ambizione e la inquietudine sua, essendo combattuto da’ sottili umori degli emoli suoi e perseguitato in molte cose da Lautrech, era stato fatto sospetto al re che egli e la casa sua, per l’interesse della fazione guelfa e per antichi intrattenimenti, fusse troppo accetto a’ viniziani, delle genti de’ quali era governatore Teodoro da Triulzi, e che avevano nuovamente soldato Renato della medesima famiglia: però il re, essendo dopo la morte di Francesco Bernardino Visconte rimasto capo della fazione ghibellina Galeazzo Visconte, per opporlo al Triulzio con maggiore autorità gli aveva dato l’ordine di San Michele, costituito pensione, ed egli e Lautrech in ogni occasione gli davano riputazione; le quali cose non passando senza depressione del Triulzio, male paziente a dissimulare e che si lamentava frequentemente, diventava ogni dí piú esoso e piú sospetto. Ma dette occasione a Lautrech e agli altri, che lo calunniavano appresso al re, l’essersi fatto borghese de’ svizzeri, come se e’ volesse per mezzo loro avere patrocinio contro al re e forse aspirasse a maggiori pensieri: delle quali calunnie essendo, cosí vecchio come era, andato in Francia a giustificarsi, non solo Lautrech, come egli fu partito, per ordinazione avuta dal re, ritenne a Vigevano con onesta custodia la moglie e il nipote nato del conte di Musocco suo unico figliuolo già morto, ma eziandio dal re non fu raccolto né con benignità né con l’onore solito; anzi riprendendolo di essersi fatto svizzero, gli disse che da punirlo, secondo sarebbe stato conveniente, non lo riteneva altro che la fama divulgata per tutto, ma sopra la verità, de’ meriti suoi verso la corona di Francia. Fu necessitato ritrattare quello che aveva fatto; e pochi dí poi, seguitando la corte, ammalato a Ciartres, passò all’altro secolo. Uomo a giudizio di tutti (come avevano confermato molte esperienze) di valore grande nella disciplina militare, e sottoposto per tutta la vita alla incostanza della fortuna, che ora lo abbracciava con prosperi successi ora lo esagitava con avversi; e a chi meritatamente si convenisse quello che, per ordine suo, fu inscritto nel suo sepolcro: riposarsi in quello sepolcro Gianiacopo da Triulzi, che innanzi non si era mai riposato.